Si può fare spettacolo cucinando? Si può fare di un buon ristorante un’attrazione turistica e di un abile chef, un colto affabulatore di platee? Si può affidare a madre natura il compito di ridare alla Sicilia l’identità persa per strada? E infine: si può offrire all’enogastronomia, il volano di sviluppo – sociale, economico, culturale – dell’Isola? Ma come vi vengono in testa certe cose, risponderemmo, se qualcuno ci sottoponesse a questo fuoco di fila di domande.
L’enologia è decollata, questo è vero, ma i contadini non sanno come finirà il giorno dopo. Lo sviluppo significa fabbriche, alberghi spiagge, laboratori, università. Ricerca, formazione, istruzione per un verso, investimenti, incentivi, location e impresa dall’altro. Che c’entra la buona cucina, non ci confondete le idee. Entrare in un ristorante significa godersi il meritato premio per il lavoro fatto, l’attività svolta, i risultati raggiunti. Cucina è piacere, non “sviluppo”. Ma siamo proprio sicuri che stiano così le cose? Provate a fare queste domande a personaggi come Saro Gugliotta o Giuseppe Li Rosi, slow food messinese il primo, imprenditore del grano di Carlentini il secondo. O con il Sindaco di Longi e il deputato regionale Pino Apprendi. O con Vincenzo Di Marco, Mario Centorrino, Vincenzo Chiofalo, professori universitari, dotati di scienza ed esperienza. Vi spiegheranno con le parole giuste che il mondo va da un’altra parte e che l’alimentazione, la buona alimentazione, non è solo mangiare: è business, è valorizzazione del territorio, turismo, cultura, identità.
E’ palestra culturale antropologica, biotecnologia, ricerca avanzata, eccellenza alimentare. In questa ottica capirete perché il sindaco di Longi organizza una sagra del suino nero dei Nebrodi con la passione con cui gli americani organizzano il giorno del Ringraziamento. Invece del tacchino, c’è il maialino allevato fra le stupende montagne del nord est. Una delizia del palato che non si può trovare altrove. Ha un colore nero e si porta dietro i sapori e la cultura della Sicilia antica. Ma è solo un maialino, direte. Che sia più o meno scuro, che importanza può avere? Altro errore. Il suino nero dei Nebrodi è il risultato di una felice unione fra mondo vegetale, animale e la terra, la terna che attraverso i secoli connota il codice genetico degli esseri umani grazie alle consuetudini, abilità, linguaggi della Sicilia antica.
Oggi il suino nero – e non solo – è diventato qualcosa di più che un buon piatto da mettere a tavola. E’ una risorsa preziosa, una icona della tenacia, dello spirito imprenditoriale, della cultura del territorio e della raffinata abilità della gente del posto. La risposta della gente semplice ai problemi della globalizzazione con la scoperta dell’eccellenza fatta in casa, nel senso letterale del termine. In cucina, insomma. Il rischio di caricare di aspettative messianiche la riscoperta del cibo e del vino con i suoi sacerdoti autoctoni c’è, ma quando si getta il cuore oltre l’ostacolo e si mettono insieme passione, abilità, diligenza, i miracoli non sono impossibili, ed è lecito sognare un futuro più sereno “mangiando” uno stinco di suino nero cucinato come la tradizione vuole e come gli chef d’alta scuola, cresciuti in cima alle montagne dei Nebrodi convengono.
Che il cammino sia impervio al pari del paesaggio nebroideo non ci sono dubbi. Basta guardarsi attorno salendo a Longi – come abbiamo fatto noi in occasione della sagra del suino nero – con le montagne a strapiombo sulla strade (godimento concesso a chi non deve condurre la vettura sui tornanti), per avere la dimensione delle difficoltà. E’ una specie di selezione naturale. Si va in cima perché lo si vuole fortemente. Non ci sono edicole, tanto per fare un esempio.
Ma quando si arriva in questo minuscolo delizioso paesino del messinese e si entra in un ristorantino affollato si capisce subito che qui si vive a misura d’uomo. A patto che si rinunci ad alcune utilities. Saro Gugliotta ha messo in scena a Longi, in occasione della sagra del suino nero “il teatro del gusto”, scegliendo come attori gli chef più rinomati del posto, ben otto (i fratelli Borelli di Sinagra, Giuseppe Carollo di Castelbuono, i fratelli Campisi dell’Antica Filanda di Caprileone, Calogero Pintaudi di Villa Rantù di Militello Rosmarino, Antonino Pidalà del Manhattan di Mirto, Pino Drago di Portella Gazzana, Calogero Fabio del Vinebrio, Antonino Lazzara della Petrusa), e li ha fatti cucinare davanti ad una piccola folla in una piazzetta riscaldata da ceppi robusti che emanavano calore e scintille verso un cielo generosamente stellato.
Prima di andare a teatro, però, bisognava partecipare al convegno, dedicato al suino nero, perché bisogna sapere che la biodiversità unisce, non divide come lascerebbe pensare la parola stessa. Per apprezzare ciò che significa il suino nero dei Nebrodi occorre convincersi che la qualità e la tracciabilità dei prodotti, le tradizioni condivise affratellano una comunità, le concedono una identità, instaurano un clima di operosità e di rispetto reciproco.
Il sindaco di Longi Alessandro Lazzara sostiene legittimamente che la biodiversità è l’anima dei Nebrodi, è persuaso che sia cosa santa e giusta fare conoscere al mondo che Longi sta dentro il più grande spazio e verde del Mediterraneo e offre a chiunque la visiti inappagabili doni della cucina siciliana. Sensazioni, desideri ed emozioni vengono dalle componenti essenziali di una buona alimentazione, ricorda Saro Gugliotta. Mangiando da queste parti si gusta il paesaggio, l’ambiente e la cultura del luogo, tutto ciò che il territorio regala a coloro che lo abitano. Il cibo dei Nebrodi non può essere “copiato”, ma apprezzato e ricordato.
Possono esserci falsi d’autore, ma basta avere un buon palato per riconoscerli. Sicché il modo giusto per gustare le prelibatezze dei Nebrodi è andare sui Nebrodi. Naturalmente c’è da tirare su le maniche perché bisogna fare diventare la biodiversità “sistema”, avviare la trasformazione dei prodotti, aiutare la commercializzazione con sostegni economici, scientifici e legislativi (suggerisce l’assessore Centorrino), attraverso una rete di collaborazione (sottolinea il prof.Vincenzo Chiofalo), il contributo della gente del posto, lo sviluppo di biotecnologie, la produzione di qualità.
Ciò che accade da queste parti, dunque, va tenuto d’occhio. Non c’è una rivoluzione dietro l’angolo, ma la scoperta a casa nostra – non occorre raschiare il barile – si trova ciò che cerchi invano girando il mondo. Pino Apprendi, deputato siciliano dell’Ars, ex vigile del fuoco, ha messo in campo un argomento che non lascia dubbi di sorta per raccontare l’importanza dell’enogastronomia. Ha firmato un disegno di legge, insieme ad altri, che dovrebbe regalare opportunità senza soldi, ai “tesori” alimentari del territorio, promuovendo i ristoranti di eccellenza, ma ha soprattutto avvertito che lui ci “crede”. Altrimenti, ha osservato, che ci verrebbe a fare sui Nebrodi, dato che da queste parti non ha voti da raccogliere.
Dopo avere visto ed ascoltato tanto, ed avere mangiato come meglio non si potrebbe, viene la voglia di chiedersi, se si sono vissuti il tempo e i luoghi dell’industrializzazione, che cosa sarebbe accaduto in Sicilia se un piccolo granello di quella montagna di soldi spesi per dare lavoro nelle fabbriche dell’industria primaria (più di un miliardo per ogni “posto”), fosse stato investito sull’alimentazione, l’agricoltura d’eccellenza, la biodiversità, le buone tradizioni, uniche al mondo. Ma non è il caso di farsi prendere dal rammarico. Godiamoci la scoperta del suino nero e degli chef siciliani che a casa loro e ovunque nel pianeta fanno concorrenza al cinema di “bassa cucina” che dipinge l’Isola come la terra dei mammasantissima e nient’altro.
