Salvatore Parlagreco

“Siamo una vecchia azienda, abbiamo tirato la carretta per tanto tempo, ci meritiamo questo successo. Ma tutto, forse, è cominciato quel giorno che è venuta nel mio vigneto la signora Maria Pia Berlocchi, una donna del vino. Anzi, dello spumante di Franciacorta. Un’autorità. Ha riempito la mano con la mia terra, l’ha annusata e mi ha detto: signor Milazzo, questa terra è un tesoro, lo capisce? Non è che non l’avessi capito, il fatto è…”.

 

Giuseppe Milazzo è un signore in età matura che guida l’azienda omonima. Ha l’aspetto terragno dei contadini, usa parole semplici e parla come se si sentisse in debito con la buona sorte. Ma non è esattamente così. È consapevole che la fortuna se l’è costruita con le sue mani. È un siciliano vero, erede di quel sapiente miscuglio di legittima arroganza e umiltà.

 

“Certo che sono soddisfatto”, osserva. “Il Premio Italia 2011 ci inorgoglisce, eccome. Siamo i primi, è un bel risultato…”.

 

Però?

 

“Però abbiamo avuto una medaglia di bronzo per un altro nostro vino che aveva trionfato ovunque e questo dovrebbero spiegarmelo…”.

 

Incontentatabile…

 

“No, non è questo. Mi sento gratificato, osservo che poteva andare ancora meglio”.

 

I produttori siciliani, l’Istituto della Vite e del Vino, mezza Italia la considera un punto di riferimento.

 

“È stata dura”.

 

Ci racconti, signor Milazzo, abbiamo tutto il tempo che vogliamo.

 

“Siamo antichi, nasciamo prima della guerra, poi piano piano ci siamo dedicati alla coltivazione dei vigneto, ci siamo associati alle cantine gestite dalle cooperative, che sono state devastate, così abbiamo scelto un’altra strada e siamo arrivati alla produzione di alta qualità”.

Qual è il segreto del suo vino?

 

“Non ho segreti, piuttosto credo in qualcosa d’importante, che può fare la fortuna della vitivinicoltura siciliana. Se si vuole un prodotto buono bisogna remunerare il coltivatore. Se con il suo vigneto ci campa e ci campa bene, produce di meno e meglio. Vuole sapere quanta uva produco nei miei terreni? 35 quintali di uva in un ettaro. Ecco perché c’è qualità nel mio vino. È come se distillassi un profumo, altissimo livello. E pensare che…”.

 

Sono ricordi buoni, signor Milazzo?

 

“Certo che lo sono, non rinnego niente, nemmeno gli sbagli. Negli anni settanta ed ottanta vendevo prodotto ad aziende importanti siciliani. In verità nel ’72 ho cominciato piano piano a produrre qualcosa in proprio, ho iniziato ad impiantare la varietà chardonnay, l’unica internazionale. Due anni dopo ho prodotto il primo spumante ed ho ottenuto un risultato eccezionale, ho ristrutturato l’azienda, alla fine degli anni ottanta è arrivato il ‘Maria Costanza’, bianco e rosso. Ed è stato un successo”.

 

Come ha conservato questo successo?

 

“Sono passato da 18 mila 380 mila bottiglie. Non intendo alzare ancora il tetto”.

 

Per quale ragione?

 

“Le racconto un aneddoto familiare. Mia madre cucinava con onore a casa nostra, eravamo in quattro. Piatti eccezionali, indimenticabili. Quando venivano i nostri congiunti, ed eravamo tanti, la qualità si abbassava. Non perché mia madre fosse meno brava, ma perché cucinare per tanti obbliga a prestare attenzione anche ad altro. Insomma, aumentano i problemi: mi sono persuaso che devo mantenere al minimo la produzione per mantenere la qualità. Ora andiamo a Bordeaux e hanno grande considerazione per noi. E lì lo chateau non supera le 400 mila bottiglie, un motivo ci deve essere, no? Mi chiedo perché in Sicilia non si debba fare altrettanto. La nostra terra è la migliore del mondo. Ed è proprio questo che suggerisco ai miei colleghi, puntare sulla qualità. Conquisteranno i mercati”.