A dispetto dei moralisti senza se e senza ma, occorre riflettere su una circostanza. Un grande gruppo industriale ha interessi che vanno al di là del singolo componente, della singola personalità. Una sorta di “Ragion di Stato” aziendale. Ma sappiamo benissimo anche cosa sia accaduto, nello scorso XX Secolo, dove i supremi interessi dello Stato assursero un valore maggiore degli interessi e dei diritti individuali. Se poi riflettiamo sul fatto che lo sport è, per sua natura, volto al conseguimento del massimo risultato, la discussione sulla “ragion-di-squadra” dovrebbe svanire immediatamente.
Né si può dire che la Formula 1 sia uno sport veramente di squadra, per almeno due motivi. Anzitutto, perché il titolo mondiale piloti esiste proprio dall’inizio del Campionato del Mondo nel 1950, mentre quello riservato ai Costruttori fu istituito solo nel 1958. Per questo, il Titolo Piloti ha sempre avuto un valore maggiore. Dunque, un ordine di scuderia volto a preferire questo o quel pilota è una contraddizione in termini. Nello sport occorre che vinca chi dimostra di saper arrivare al primo posto in quel preciso momento. Non il più bravo né il più veloce in assoluto. Ma solo chi ha saputo costruire in quella data competizione una alchimia tale da prendere la prima posizione e difenderla dagli avversari fino al traguardo. I meno giovani ricorderanno la vittoria di Gilles Villeneuve al Gran Premio di Spagna 1981 sul circuito di Jarama. Un capolavoro di tenacia. Ma la 126 C1 Turbo non era la monoposto più veloce in assoluto, solo quella che riusciva a staccare i quattro più vicini inseguitori sul lungo rettilineo d’arrivo, dove il Canadese Volante costruiva quel margine tale da impedire a Jacques Laffitte di superarlo.
Quella fu la vittoria del meno veloce in assoluto, ma del più bravo a sfruttare quella precisa e irripetibile situazione. Il 25 luglio 2010 sarà invece ricordato negli annali della F1 per una delle più ineleganti vittorie della sessantenale storia sportiva e industriale della Ferrari, al pari con quel 12 maggio 2002, quando sul circuito di Zeltweg si visse una giornata simile, ma allo stesso tempo differente. Simile perché a Rubens Barrichello (partito dalla Pole Position) fu ordinato di lasciar passare Michael Schumacher, cosa che il brasiliano fece platealmente all’ultio giro. E a dare l’ordine in quella occasione fu Jean Todt, l’attuale presidente della FIA. Uno scherzo del destino. Ma quella fu anche una giornata troppo diversa, per un piccolo insignificante particolare: proprio a causa della platealità di quell’ordine di scuderia, il presidente pro tempore della FIA – Max Mosley – si fece promotore di un cambiamento regolamentare, perché si vietasse in futuro l’alterazione così palese del risultato di una gara. Oggi, infatti, esiste l’articolo 39, Comma 1, del Regolamento Sportivo della F1 che recita testualmente: “Team orders which interfere with a race result are prohibited.”.
Sono proibiti gli ordini dei team che interferiscano con il risultato di una gara. Quindi a Zeltweg si violò un codice d’onore, a Hockenheim si è violato il Regolamento Sportivo. Alla luce di questa piccola differenza (sic!), la manfrina propalata dalla Ferrari – da Stefano Domenicali a Chris Dyer, dai piloti a Luca Colajanni (Responsabile Media) – sembra ancor più inelegante e estremamente offensiva della verità dei fatti, oltre che offensiva dell’intelligenza dell’uditorio. Perché mantenere una certa forma avrebbe significato non sporcare la sostanza di un ritorno alla competitività che non può che far bene alla F1, oltre che alla stessa Ferrari. Se non ne sono capaci (e non ne sono capaci), vadano alla McLaren a prendere lezioni private di “gestione di squadra”. Quella gestione che, dopo undici appuntamenti, consente al team di Woking di mantenere la guida della classifica piloti ai primi due posti e quella costruttori con un margine ancora più robusto. Alla fine della gara, sul più noto social network (Facebook) imperversavano le critiche alla Ferrari, anche da parte di “addetti ai lavori” e di fan della Ferrari. Eppure, è tutto un coro di giustificazioni sui media nazionali e forse noi siamo stati gli unici a criticare in modo così diretto l’operato della Rossa di Maranello.
Non certo per odio, al contrario: per troppo amore. Vorremmo che la Ferrari vincesse interpretando i valori dello sport in modo integrale e che la smettesse di giocare con il destino di piloti (oggi Massa, ieri Barrichello), le cui fortune dipendono troppo da fattori diversi dalla loro abilità. Una Ferrari che rispettasse la dignità professionale dei propri collaboratori piloti, così come avviene lungo le catene di montaggio della produzione, dove vengono sperimentate nuove dimensioni nelle relazioni con le maestranze. Ci aspettiamo, di converso, che dal Brasile faccia sentire la propria voce il popolo dei consumatori, che assicura al Gruppo Fiat la leadership nelle vendite carioca. Forse se Montezemolo, Domenicali e Compagnia Rombante fossero colpiti al cuore del portafoglio, potrebbero capire meglio qual è la posta in gioco. Non solo industriale, ma legale, sportiva e di immagine. La Ferrari ha bisogno di ben altro per non essere considerata solo una squadra di Formula 1.
