Silvia Giuffre'

È autunno e piove. La scena è un cimitero astratto. Una trama ossessiva di nomi e cognomi, date di nascita e di morte, poi l’incontro di un uomo e una donna.

I due si amano, si raccontano e consumano tutto il tempo della vita, nell’istante prima di morire. Una panchina, una lapide scarna senza alcun riferimento al sacro, diventa testimone di pensieri, gesti, parole e ricordi di ciò che è stato e che non è più. Alcuni mucchietti di terra sono l’unica nota di colore in questo scenario emotivamente desolante.

L’amore “così irritantemente incomprensibile” e la morte sono gli unici ad essere contemplati. Attesa, dunque, paura della morte, angoscia per la solitudine. Per l’inesorabile scorrere del tempo, è facile sentirsi soli e vuoti.

Lui sembra essere giunto in anticipo per il funerale della nonna. Lei sembra esserci capitata per caso. All’improvviso giungono al cimitero, anche loro in anticipo, i genitori dell’uomo: la madre, petulante e ossessiva, e il padre, labile e molle.

Negli sguardi e nei “non detti” si narra della morte come la realtà più propria dell’essere umano e come compimento del Senso. Tutti i personaggi provano ad opporsi ad essa, ciascuno a loro modo: l’illusione dell’idillio, l’ordine della famiglia ormai alla deriva, la vuotezza dei rapporti personali, l’osceno come gesto umano di affermazione della vita. Fino a che, così come si vive, l’uomo si alza e muore, senza lasciare alcuna traccia di sé, mentre le donne rimangono sole, come le tra Parche, a protezione dell’imperativo della vita e dell’ordine delle cose.

Il dialogo sulla scena è minimale, dal ritmo lento e frammentato, ben reso dai protagonisti Sergio Romano e Viola Graziosi. In questo luogo del silenzio il tempo è sospeso, e regna un presente ellitticamente eterno. Sulla scena accade tutto e niente, l’asse del tempo viene continuamente spostata, per cui passato presente e futuro, vita e morte si sovrappongono, finendo nell’indistinto. L’enigma scenico si svelerà soltanto alla fine dello spettacolo.

Il testo di Jon Fosse è senza dubbio potentissimo e intenso, e richiede agli attori un grande lavoro interpretativo. Il linguaggio è sottilmente ironico sui temi della morte, del tempo, su Dio, l’amore e il desiderio, ma “più se ne parla più il loro valore svanisce”.

Alcuni istanti estremamente poetici e descrittivi – “i nomi più belli sono tristi” , “la vita è un cielo percorso da nuvole; prima della notte”, ed ancora, “pian piano tutti vengono sostituiti con qualcun’altro” – lasciano allo spettatore il tempo di un sospiro e lo spazio per una riflessione intima e assoluta.

Il progetto e la regia sono di Alessandro Machìa, la produzione è della stessa compagnia Zerkalo di Roma, con il sostengo della Reale Ambasciata di Norvegia.

In scena fino al 28 gennaio al Teatro Libero Stabile d’Innovazione di Palermo.