Giulio Giallombardo

(Pino Scorciapino) Quando ero bambino, nella seconda metà degli anni ’50 e nella prima metà dei ’60, dalle mie parti i banchetti di matrimonio erano a base di dolci e di liquori fatti in casa. Una “passata” di dolci ed una di rosolio. Si usciva a pancia semivuota, bocca impastata per il troppo zucchero e poco meno che ubriachi. Da ragazzo ricordo l’evoluzione del ricevimento: a partire dalla fine degli anni ’60 e soprattutto dagli anni ’70 niente più invitati in casa, pigiati nelle sedie messe in fila in stanze anguste, ma nei primi locali o in saloni riadattati.

 

Con un catering standard, immutabile: porzioni di pasta al forno e pollo arrosto con insalata. Ed era normale allora che le razioni che non si completavano o qualche “bis” venissero messe in un sacchetto od un recipiente, in un contenitore, e portate a casa. Nulla di cui vergognarsi. Poi il benessere ha reso disdicevoli simili comportamenti. E se tornassero ora che “Eh, c’è crisi, c’è crisi”, per riprendere il tormentone di Greggio e Iacchetti a “Striscia la notizia”?

 

In un ricevimento di matrimonio o di battesimo o prima comunione se ne vanno a male decine e decine di chili se non quintali di cibo cucinato. E quotidianamente nei ristoranti non si scherza quanto a razioni che ritornano praticamente intatte nelle cucine o a bottiglie di vino costate un occhio dalla fronte e rimaste a metà. Per non parlare di pizze ritirate dai camerieri quasi integre nel piatto (succede spesso per quelle dei bambini ma anche per gli adulti).

 

E allora perché non utilizzare un po’ di pellicola d’allumino ed una borsa e portarsi ciò che non si è consumato al tavolo ma che è ancora integro o quasi, trasportabile e mangiabile l’indomani a casa? Non parlo di rifiuti dal piatto, parlo di pietanze e bevande ampiamente (ri)consumabili. Che si sono pagate peraltro a caro prezzo. Così non verranno in qualche modo riciclate o gettate nella spazzatura. Capisco che a titolari di imprese di catering ed a gestori di ristoranti e pizzerie una proposta del genere non faccia piacere ma sprecare e buttare tanto cibo è un insulto alla povertà dilagante. In tempi di crisi anche le abitudini alimentari possono essere riviste ed adeguate.