Stefania Brusca

(Emilia Florio) “Curriti tutti cani carinisi, c’hannu ammazzatu a vostra patruna”. Sotto le mura del Castello di Carini, seduto su una sedia di paglia, vestito solo con una canottiera e dei pantaloni dismessi, un vecchio, con un filo di voce canta l’orrenda morte della baronessa. Racconta di avere visto più volte il suo spettro, una fanciulla delicata e malinconica, aggirarsi senza pace tre le mura del maniero, e di avere ascoltato più volte le sue suppliche.

 

L’anziano menestrello è privo di quasi tutti i denti, magro e senza capelli, ma con le ultime vestigia del suo antico vigore rammenta ai passanti le vicende che macchiarono il paese di sangue, legando per sempre il fantasma della baronessa al Castello di Carini. Il suo racconto si ferma a ciò che si conosce della storia di Laura Lanza. Il padre Cesare la diede in sposa al barone di Carini nel 1543, all’età di soli 14 anni. Ma nel cuore della baronessa si dice ci fosse già posto per il giovane Ludovico Vernagallo. Si narra che Laura fosse molto bella, al centro di una disputa tra le famiglie del futuro marito, i La Grua Talamanca, e quella del presunto amante Ludovico. Si racconta che solo per una questione di tempo la giovane donna diventò moglie del barone. Voci, dicerie, curtigghi e forse la complicità di un frate portarono all’orecchio di Cesare Lanza di Trabia la relazione clandestina dei due giovani, che li condusse alla morte.

 

Al Castello, un uomo sulla quarantina si avvicina al vecchio menestrello. Ascolta attento le parole dell’anziano e, quando il suo canto si interrompe comincia a raccontare con maggiori dettagli i contorni di uno dei delitti più efferati del passato: “Pare che Laura abbia chiesto disperatamente pietà al padre prima di essere uccisa, ma lui la colpiva acceso dalla rabbia, tanto che lei a un certo punto tentò di salvarsi cercando l’intercessione dei santi appesi alla parete. Il segno della mano insanguinata della baronessa è l’ultima traccia di quel gesto disperato, rimasto in quel luogo, si dice, per secoli”. Uno dei misteri che alimenta le leggende del Castello è legato alla manina scolpita in una delle metope del torrione principale, proprio in direzione del luogo ove sorgeva l’ala ovest.

 

Storicamente rimangono ancora delle tracce del delitto compiuto dal padre di Laura e da suo marito, come il documento inviato dal conte di Mussomeli al re di Spagna per ottenere il perdono e riavere così i suoi beni. Non si hanno certezze su quanto avvenne tra quelle mura. L’unica che sa la verità è proprio Laura che molti nel corso dei secoli hanno visto vagare per il castello. Si dice che racconti, a chi vuole ascoltare, storie strane legate a torture e confessioni estorte con armi roventi. Voci che appartengono a un passato in cui la nobiltà era al di sopra della legge e gli uomini, in virtù dell’onore, avevano diritto di vita e di morte.