Salvatore Parlagreco

Ogni siciliano deve sentirsi padrone, anche quando è servo. E credere di essere così libero da scegliere di subire. La maestria nel sapere cogliere ed assaporare i doni più sottili, marginali ed impalpabili del potere, si è sviluppata, acquisendo una intelligenza nuova e realizzando un proprio ordine sociale, sancito da regole e sanzioni non scritte e protetto dal consenso popolare e dall’alleanza con il Potere formale.

 

L’edonismo al potere è una virtù, un’arte, un modo di vivere, una ideologia, un clima, un proposito. E anche mafìosità. Il rigido codice degli uomini d’onore surroga la giustizia formale, reinventa la religione, mantiene in vita costumi, tradizioni, sentimenti e morale, istituzioni e poteri paralleli. Esso si serve di sanzioni esemplari e parla attraverso lievi gesti capaci di soggiogare, silenzi densi di significati, parole essenziali cui non è dato di sfuggire.  

 

Abituata a considerare i rappresentanti del governo come barbari scherani senza fede né legge, costretta a subire gli inquisitori cristiani, gli esattori bizantini, gli emiri berberi, i viceré spagnoli, i piemontesi post-risorgimentali, la Sicilia ha dovuto ingegnarsi e costruire poteri propri. Dietro le leggi, accanto alle regole formali ed al governo legittimo sono stati scavati nel cuore e nella mente dei siciliani gli strumenti della sopravvivenza – leggi scritte, regole “morali” e consuetudini più forti delle leggi – , allo stesso modo con il quale i Beati Paoli scavarono i cunicoli impenetrabili sotto i palazzi del potere.

 

Dovendo spartire il potere con i governanti, i siciliani si sono insinuati nella loro cattiva coscienza, nei loro errori e nelle ingiustizie. Hanno delegittimato i conquistatori, ma hanno pagato severamente questo apparente successo: l’intelligenza è divenuta sottigliezza o sofisticheria, la dedizione al lavoro pedanteria e la religiosità bigottismo.

 

La Sicilia fiera e contadina di Amabile Guastella urla una sfuriata di ingiurie davanti a un prete o un cappello, o uno sbirro. I contadini siciliani di Sebastiano Addamo sbraitano contro la sorte, o ciò che con tal nome in Sicilia si è soliti chiamare la roba, contro la vita e la morte, la felicità e la sventura, la padronanza e la servitù, o semplicemente il governo, cui fa risalire ogni male. «E guardano il padrone dall’alto in basso, lo insultano, lo provocano. Usano il sarcasmo per ogni cosa: sul vino, sul pane, sul companatico, eppure non cessano di mangiare cinque volte al giorno e bere ventiquattro volte al giorno».

 

Il piacere e il potere dell’uomo d’onore, contadino o capomafia, è condiviso, compreso, apprezzato: il tempo sedimenta caratteri e con­diziona cuore e ragione. L’erario pubblico è lo scrigno degli scherani del regno: compiacersi dell’arte di estorcere denaro all’erario, è perciò una specie di atto di giustizia.

 

Il potere va strappato con le unghia, cercato insistentemente, anche laddove gli altri non lo vedono, valorizzandone le briciole al punto da fare assumere ad esse un rilievo ed una dignità pari allo scettro ed al trono regali. Raggiunto il potere — concreto, visibile e individuale — esso deve essere mantenuto ed ampliato con patti, deleghe, gabelle, compromessi, usando ogni mezzo: la violenza, l’audacia, la temerarietà, il cinismo, l’assassinio, ma anche la legge, la saggezza, la fantasia, la competenza.

 

Gli spettacoli del Sant’Uffizio a Piano S. Erasmo rischiararono le notti palermitane più a lungo che altrove, alimentate dai fuochi degli eretici bruciati vivi: quando si sparse la voce che il viceré Caracciolo stava adoperandosi perché quelle fiamme fossero spente per sempre, il Senato di Palermo e la deputazione del Regno insorsero, presentando istanze e suppliche al Sovrano: iniqua sarebbe stata la decisione, iniqua la stessa diceria. Bisognava che si riparasse al torto, che si allontanasse il timore di numerose famiglie di perdere il posto e i vecchi privilegi. Le istanze e le suppliche delle due «camere» subiscono il torto dell’archiviazione – è il 23 luglio 1780 –  mentre gli ultimi fuochi bruciano le sopravesti di pece e i ricordi di Fra Romualdo e Suor Geltrude di Caltanissetta («Impallidirono gli iniqui alla vista del patibolo davanti ai palchi di piano S. Erasmo ed ascolta­rono ostinati le ammonizioni degli inquisitori, senza ammettere i peccati consumati…»).

 

I soldati del battaglione Pistoia, incolonnati, esausti, dopo essersi arresi — per scelta e non per viltà — passarono per Paceco, il 23 luglio 1943, «fra le ingiurie della popolazione che gridava loro: vigliacchi». L’ufficiale Vittorio Lareni non capì in quel momento, se vigliacchi perché non avevano combattuto o vigliacchi perché non avevano in qualche modo sparato un colpo, o perché continentali, o fascisti….

 

«Potremo, noi siciliani — scrive Vitaliano Brancati — vedere issata una forca in ogni piazza, potranno piovere dal cielo bombe luminose come il sole: queste cose, quando non ci avranno tolto la vita o lasciato un lutto lungo quanto la vita stessa, avranno sortito l’effetto di farci lungamente sbadigliare».

 

La Sicilia beffarda, cinica, aggrappata al potere, eredita se stessa restando identica?

Nel 1964 il Cardinale di Palermo, Ernesto Ruffìni, insorge. I grandi pregi della Sicilia sono del tutto ignorati: «Non si riesce a vedere i lati profondamente sani ed in parte ammirevoli dei siciliani, quali la bontà semplice e robusta, il senso della famiglia ancora oggi resistente ad ogni forza avversa, il senso dell’onore, il forte attaccamento alle più pure tradizioni cristiane».

 

Le virtù divengono presto difetti e questi ultimi si propongono presto come virtù. Ognuno cerca la sua Sicilia, che pure è lì e non chiede che di essere raccontata, capita. Si cerca la Sicilia del Potere, o quella del Piacere quasi fossero due entità separate e distinte. Ma non è così. Il potere è componente essenziale del piacere; viceversa, il piacere reclama il potere e lo contiene. Potere e piacere si rincorrono nel cuore e nella mente di ogni siciliano, indistinguibili e non eludibili: i loro simboli, i codici, le ritualità, gli orpelli sono simili. Perché il sentimento edonistico induce una convivenza fra i due bisogni; in qualche modo li sublima, li rende accettabili e lascia filtrare gli umori positivi che suscitano.

 

I Partiti e le Istituzioni sono i luoghi che esibiscono più frequentemente retorica, ridondanza e narcisismi ed ospitano con familiarità il Piacere ed il Potere. La dimora naturale dell’edonismo è la Politica: qui esso si manifesta senza soverchio pudore e si affina nell’esercizio del Potere; per esempio costruisce poderose trincee in difesa di ciò che possiede. Mentre accetta le alterne fortune della vita e sembra accontentarsi del poco che offre, l’edonista in Politica progetta come ottenere il molto che gli manca e che è dovuto a quanti sanno prenderselo. Egli ha imparato attraverso le tribolazioni di quanti rappresentano le istituzioni pubbliche, che il potere viene spartito al punto ed insidiato tanto frequentemente da frantumarsi in mille rivoli e disperdersi come polvere. Poiché non si può trarre piacere alcuno dal tenere in pugno un’ampolla vuota o dal rappresentare la finzione del potere, l’edonista coniuga pragmatismo e tensioni ideali, assapora le proprie virtù con animo sgombro da pregiudizi, ricerca l’impagabile armonia fra il vantaggio individuale e gli interessi collettivi. Timido, ritrova così sicurezza e forza d’animo; insicuro, sa infondere sicurezza; disinformato, riesce ad informare.

 

Egli ragiona su tutto e rifugge dalla semplicità, che toglierebbe il piacere di un esercizio delle maestrie acquisite e il gusto di gesti, consuetudini e pensieri condivisi. Accumula pratiche, centellina pareri, bolli e firme, esibisce diligenza e spirito di servizio, viviseziona i diritti del cittadino, suggerisce e sperimenta comma, spericolate circolari e prescrizioni, controlli, indagini e relazioni; partecipa con entusiasmo formale a commissioni e comitati, seminari e convegni.

 

Ogni documento che sollecita, ogni atto che propugna rende più convincente la sua azione e più solido il potere, che poggia appunto sulle firme, sui bolli, le pacche sulla spalla e gli ammiccamenti, sui conflitti che dirime demandando ad altri i pronunciamenti definitivi. L’iter della pratica percorre il cammino della vita e ne scandisce i tempi, le soddisfazioni e le delusioni.

Nei luoghi dell’Alta Burocrazia siciliana il Potere e il Piacere compiono il comune destino.

 

Al pari dei fregi che selezionano la gerarchia militare, i segni del Potere e del Piacere, riconoscibili a chi li abita frequentemente, sono esibiti con buon gusto e puntigliosità e si coniugano felicemente attraverso la preziosità dell’arredo.

Il pregio del tendaggio e del tappeto, del mobile, della maiolica sul pavimento, della carta da parati, nelle stanze dei Palazzi scandiscono la scala dei valori e misurano le vicende umane, parlando il linguaggio del Potere attraverso il Piacere dei privilegi.