I gusti, i valori, il costume di un popolo non nascono dall’oggi al domani: sedimentano nel tempo ed inviano i loro stereotipi all’umanità secondo percorsi talvolta imperscrutabili, offrendo a quanti per mestiere, scelta o attitudine si tramandano di generazione in generazione, conoscenze fondamentali ed immutabili (i fatti sono opinabili, ma i valori e le tradizioni sono patrimonio riconoscibile dì un popolo).
Questo percorso conosce una patologia: i descrittori e gli artisti divengono coscienza popolare grazie alla forza con cui rappresentano eventi, pensieri e sentimenti. È connaturale allo speciale mestiere del descrittore rappresentare umori e sentimenti la cui caratteristica non è essenzialmente l’aderenza alla realtà ma la riconoscibilità. L’oggetto della speculazione — il lettore — ha modeste occasioni e strumenti per modificare concetti e correggere fatti. Poiché l’arte crea veramente la realtà e si manifesta quando riesce a cogliere valori e sentimenti universali, i destini di un popolo (il suo patrimonio culturale) dipendono dai descrittori, che fanno storia con maggior forza di coloro che la vivono giorno dopo giorno: così si finisce con l’essere come si è visti.
II paradosso si compie più frequentemente (ed un popolo diviene oggetto di storia) quanto più si manifesta una forte aspirazione ad avere una propria storia, perché lo stato di necessità fa accettare la tirannia del descrittore rinunciando a confutare le sue tesi e correggere le sue imposture.
L’edonismo siciliano possiede insospettabili doti di saggezza: grazie a tale qualità è invalsa la consuetudine di lasciar prevalere le buone ragioni della Sicilia nel fare storia (i fatti non conosciuti non sono mai avvenuti), piuttosto che l’adesione puntigliosa agli eventi. È ritenuto più saggio ed utile usare l’attitudine dei descrittori a rifarsi agli stereotipi per impreziosire eventi e pensieri altrimenti destinati a rimanere ignoti. Questa scelta può apparire cinica o un comodo alibi per nascondere l’incresciosa manifestazione d’impotenza, ma conta su solide motivazioni. Intanto, la validità dei concetti illustrati, e non la pedanteria con cui si mettono in fila le nozioni acquisite, danno lustro ad un’opera letteraria o storica. Veniali inesattezze o piccole imposture compiute dai descrittori sono accettate e talvolta condivise, essendo inevitabili mosche cocchiere aggrappate allo scorrere degli eventi. Che i siciliani provino incommensurabile diletto nell’essere raccontati, non inficia la saggezza della scelta, semmai da ad essa un sapore edonistico.
La longanimità siciliana ha reso peraltro più liberi che altrove i descrittori, con grande vantaggio per la loro creatività. La Sicilia è divenuta così oggetto di opere letterarie di vario pregio e gli autori hanno attinto dalla natura dei suoi abitanti felici intuizioni, forti motivazioni, frequente ispirazione, concrete soddisfazioni ed un inappagabile senso di compiutezza.
Nel suo libro di viaggio in Sicilia, lo storico inglese Lawrence Durrel scrive di aver visto all’interno della Cattedrale di Monreale il sepolcro marmoreo di Guglielmo il Mediocre, adagiato accanto alle consuete sepolture di Guglielmo il Malo e Guglielmo il Buono. Se il Mediocre Guglielmo – inesistente – non ha scalfito la solida immagine di Durrel, si deve anche al fatto che le esplosioni di collera, le insofferenze verso i descrittori della Sicilia occupano un posto marginale nel sereno dialogo fra la gente dell’Isola e gli storici e i letterati.
I siciliani si riconoscono nei fatti e nei personaggi se una storia è ben scritta e i personaggi sono ben raccontati; non vanno per il sottile. Leonardo Sciascia ne «II Consiglio d’Egitto» offre una inimitabile metafora a riprova di ciò. L’abate Velia, protagonista del romanzo, riceve dai dignitari e dai dotti della corte palermitana nel 1783, l’incarico di tradurre i codici arabi senza conoscere una parola della lingua. Grazie alle indubbie qualità di descrittore, alla felice comprensione dell’animo siciliano, oltre che all’ignoranza propria ed altrui della lingua araba, il prelato riesce a comporre i pezzi dimenticali della presenza musulmana in Sicilia. Quando l’impostura viene scoperta sono in molti a dolersi di essere stati privati di una storia cosi ben fatta.
Il sapore della Sicilia si coglie ovunque le sue storie si siano compiute, nella realtà o nella fantasia, e siano state raccontate; al pari della vita, il cui sapore si coglie nei momenti di cui si ha memoria, così da suscitare l’impulso ad inseguire gesti irripetibili del passato, presenti al punto da farceli rivivere.
Saracini, guerrieri e dame di corte hanno lasciato l’opera dei pupi, avendo perso il pubblico che affollava le panche dei burattinai ed i carretti dei contadini, per assumere la seriosità dell’oggetto d’artigianato, sistemato nei musei imbalsamati, dove i pagani hanno la faccia dei cristiani e viceversa; non più riconoscibili, come i cattivi che ricevono ogni giorno sulle prime pagine dei giornali un colpo di spada dalla Giustizia, senza che il sole tramonti e la luna svanisca sugli imperi del male. C’è sempre un abate Velia, nell’industria culturale, capace di raccontare il pezzo di storia che manca, con la cadenza di una rappresentazione dell’opera dei pupi, attraverso l’interminabile duello di Rinaldo e Orlando.
Visitasse oggi Palermo, Guy de Maupassant trascurerebbe il carnevale della morte sapientemente realizzato dalla paziente attesa dell’aldilà dei padri cappuccini, per percorrere palmo a palmo la strada attigua al convento, teatro dell’agguato di mafia al Procuratore della Repubblica.
Molta indulgenza bisogna avere per la Sicilia. Quanta ne chiese Luigi Pirandello per il borgo di Nìsia abitato da uomini che lavoravano come bestie tutto il santo giorno sulla spiaggia e sulle navi, o da donne che sfogavano la loro rabbia sui figli nelle loro case, tane più clic case, dove covava un tanfo umido ed acre, capace di corrompere a lungo andare ogni virtù: «la Sicilia, se ha dovuto crescere, s’è dovuta arrampicare, una casa sull’altra; per sopravvivere, s’è dovuta ingegnate, s’è fatta maligna e cattiva, diffidente e infida». Ed ha preferito alla storia la rappresentazione di essa, presumendo di guadagnarci. È il prezzo di essere isola, spiega Giuseppe Campione: «Siamo costretti al Mediterraneo e alle sue voci, perché smarriti in un interno che è osso del sud, collusi per storia antica, abituati a sapore inusitati che gli altri dì turno, buoni o cattivi, sentono sempre inediti: sapori di male e di bene si mescolano senza consentire che una terra si appropri di tutto il male possibile o di tutto il bene che possiamo sapere inventare o costruire. Dove la speranza del nuovo si confonde con il bisogno di una storia ruffiana: che tutto poteva essere solo come è stato».
I descrittori siciliani della Sicilia rifuggono dalla storia. O ne propongono la parodia: «II mondo è grande e bello — dice l’uomo Ezechiele di Elio Vittorinì — ma è molto offeso. Tutti soffrono ognuno per se stesso, ma non soffrono per il mondo che è offeso e così il mondo continua ad essere offeso…».
Vittorini si propone di scrivere tutte le offese una per una e anche tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute o da compiere. Le volontà ed i bisogni, l’amore e la fede generano una speranza disperata, un sogno, un proposito, o forse solo un atteggiamento estetico: producono un’utopia necessaria, che concede cuore e ragione ai sentimenti ed ai pensieri. L’uomo Ezechiele muta il volto della solitudine e gli affida la coscienza di una salvezza possibile, alimenta princìpi ed incoraggia ideali, stimola denunce e confessioni, ma non riesce a scrivere la storia del mondo offeso.
La natura segna il limite della storia, osserva Sebastiano Addamo: «Forse per questo la Sicilia sta ancora attendendo la sua storia». I libri, il teatro, le immagini non surrogano la storia; la scrivono attraverso le fantasie e le finzioni dei descrittori. E questa sì compie nella mente e nel cuore di ogni siciliano, proprio come viene raccontata.
Allo Steri, una volta sede dell’Inquisizione, Leonardo Sciascia legge sulle pareti delle galere, fitte di graffiti, le mappe delle due Sicilie. Accanto ad una sta scritto: «Chi fece questa Sicilia non la completò né ci mise le città e le terre di montagna per non sapere i loro veri nomi e siti… Chi li sa, può aggiungere il resto a memoria». Fra le rughe di una parete, come tra le righe di un racconto, potrebbe esserci l’altra Sicilia, quella che non c’è mai stata perché nessuno ha raccontato la sua storia.
La Sicilia che sarebbe piaciuta non la si trova mai: si cerca la bellezza, suppone Brancati, come marinai smarriti nelle montagne cercano il mare, ma senza fortuna; si racconta la vita per farne le quinte ed il proscenio di un teatro di verità o per abbracciare le care memorie, narrare una storia, almeno una. Ognuno è e si fa isola da sé, giudica perciò Luigi Pirandello. «Da sé sì gode — ma appena, se l’ha — la sua pota gioia; da sé, taciturno, senza cercare conforti, si soffre il suo dolore, spesso disperato…». Da sé, racconta la sua storia, senza mai scriverla: un urlo, un gesto, qualcosa, quasi nulla, bastano per parlare agli altri, fuori dal tempo.
Dietro le sbarre per avere ammazzato la moglie adultera, al giudice che chiede se gli fosse noto il tradimento, Tararà risponde: «la verità è questa: era come se io non lo sapessi». E si fa condannare a vita.
Tararà è siciliano in tutto e per tutto, grazie ad una specie di annullo che la Sicilia ha opposto al felice sposalizio fra finzione e realtà.
«La Sicilia è quella ritratta da Giovanni Verga e da Luigi Pirandello», afferma il giurista Gaspare Ambrosini nell’aula stracolma dell’Assemblea costituente, dovendo perorare la causa dello Statuto speciale siciliano. E Antonio Granisci, prima di lui, mette a tacere quanti dubitano della verità degli uomini senza qualità della Sicilia pirandelliana giudicando «quei personaggi storicamente, regionalmente, popolani siciliani, che pensano ed operano così proprio perché sono popolani e siciliani e non intellettuali travestiti da popolani, o popolani che pensano da intellettuali».
Ma c’è chi non ha raccontato o non è stato mai raccontato: né popolo, né potere, questi non ha parte alcuna nella storia. Poco siciliano per essere raccontato, privo di ruolo per raccontare. Del barone Pietro Pisani, siciliano di Palermo, si è perduta la memoria, o quasi. «Saggio al punto da riconoscersi folle, abbastanza folle da ritenersi fra i folli il più saggio», lo descrive Sciascia, «mise in piedi un teatro a Palermo un secolo fa, facendo recitare i pazzi del manicomio, al tempo cioè in cui i pazzi erano creduti la peste dell’umanità, protetti solo dalla paura della superstizione».
«Riesce opportuno combinare con loro, dirò così, delle continue scene dì teatro — spiegava Pisani ai suoi contemporanei — ma sulla base della sincerità, della fedeltà, del non mancare giammai di parola, né di mai occultare la verità».
Fosse stato cattolico fervente, il barone avrebbe potuto aspirare alla beatificazione e meritarsi una pagina di storia.
La Nana di Emanuele Navarro della Miraglia non vive gli affetti e le gelosie morbose dei siciliani e noti viene creduta: quando mai s’è detto che la Sicilia contadina subisca l’adulterio o il tradimento senza vendetta o un gesto di ribellione, senza passione né sangue?
Invano Luigi Capuana giura che la Nana è siciliana.
II Ciampa di Pirandello ricorda che «tutti abbiamo come tre corde d’orologio in testa». E quindi, nessuno è sempre quello che è. Ma è tutto inutile. La Nana non fa storia.
La follia del plotone d’esecuzione di Bixìo sprofonda nel silenzio di Giovanni Verga, sull’altare dell’unità nazionale e non fa storia; la follia del falso Enrico IV invece guarda negli occhi il mondo, fino a sfidare ogni uomo, intima rispetto e detta le sue leggi, grazie ai denari che possiede.
Il peccato che non è stato perdonato al barone Pisani qual è? Quello di fare, come sostiene il Principe di Salina? O quello di non fare come pretende Ventura , il quale non vuole sapere nulla né di Dio, né del destino "perché è da stupidi pensare al destino: il destino ognuno se lo fa con le proprie mani, come si fa la roba con le proprie mani, meritandosela alla fine… ".
Ventura e il barone Pisani restano dietro le quinte, inguadati fra finzione e realtà.
Non è compito dei descrittori cambiare il mondo. Così i siciliani riconoscibili sono solo grandi, nel bene e nel male, nella genialità e nelle idiozie, nelle paure e nell’audacia: gli altri è come non fossero mai vissuti. Il sale della terra, insomma.
«Alcuni nostri amici — lamenta con soavità Renato Guttuso — non capiscono i nostri amori, e sempre vorrebbero che avessimo i loro. Il loro spirito è rimasto indietro alla vita, come se della vita avessero avuto paura e si fossero rifugiati nell’arcadico giardino a difendere le sue astrazioni…».
Gli amori per le cose del mondo, quando sono travolgenti, riescono a cambiare il mondo, senza averne l’intenzione; e vincere ogni oppressione e passare ogni sbarra. «Come le mele dei Courbet, dipinte nel carcere St. Pelagie, contengono una forza travolgente e rivoluzionaria. . .»
Salvatore Parlagreco
(Da "Il potere e il piacere", Novecento editore)
