(Vincenzo Gueccia) Quanto tempo è passato da quando dopo i compiti o dopo l’ufficio, affrancati dai propri oneri quotidiani, si pigiava il tasto ON del proprio Commodore 64? L’interazione con il computer era una scelta ben precisa che implicava una disponibilità di tempo, una disposizione mentale e perfino una postura e una prossemica ben precise: il wireless si poteva vagheggiare alla stessa stregua di una gita con colazione a sacco in giro per la Via Lattea. C’erano cavi, nastri che si sfilacciavano procurando smarrimenti inopinati e rassegnati a un tempo, periferiche tutt’altro che discrete e pesanti e ingombranti tubi catodici, sottratti temporaneamente alle loro modeste e ordinarie incombenze familiari, assurti prodigiosamente a monitor.
Questo modello d’interazione uomo-macchina (IUM: acronimo della locuzione inglese human-computer interaction) è definito desktop appunto, che vuol dire in inglese “scrivania”, ed è stato superato da una tecnologia che prima è stata definita mobile, e poi più adeguatamente ubiqua, pervasiva, ambientale poiché è divenuta talmente capillare attraverso i sensori, le antenne, i software ed internet da essere ovunque intorno a noi; everyware appunto, neologismo coniato da Adam Greenfield, autore di un fortunato libro divulgativo sul tema, composto dell’avverbio everywhere e del suffisso -ware, chiaro riferimento alle parole hardware e software.
Così, questa nuova era della tecnologia diviene oggetto di riflessione e approfondimento da parte di una Conferenza Internazionale chiamata Ubicomp, parola composta derivata da Ubiquitous Computing, ma anche di una di non minore rilevanza sul computing pervasivo e di un’altra che invece valuta sia onnipresenza che la pervasività tecnologica negli ambienti. Insomma, si è creato un vero e proprio filone di studi e di ricerca intorno a questo fenomeno della ubiquità tecnologica che taluni definiscono criticamente come il sogno del Grande Fratello (quello di Orwell naturalmente non di Belen…) e altri come un miracolo al quale votare eterna gratitudine.
Certo è che se da un lato tutta questa alta tecnologia che ci avvolge ci rende la vita davvero comoda e confortevole e in alcuni casi ci arricchisce di contenuti ai quali non potremmo accedere altrimenti, dall’altro la sfera del personale e del privato ne è seriamente minacciata.
Vi sono infatti tecno-occhi e tecno-orecchie dappertutto pronti ad assecondare le nostre più peculiari esigenze, ma anche atte a cogliere informazioni sul nostro conto altrettanto peculiari e intime, anche quando noi questo potremmo non saperlo e non volerlo. I nuovi smartphone ad esempio che ospitino iOS o Android o Windows Phone o Symbian, hanno sensori di movimento, videocamere, GPS ed una necessità sempre più sistemica di attingere ai dati della rete e quindi anche di trasmetterli incoraggiando spesso la sincronizzazione di dati strettamente personali e rilevanti con un account on-line. Inoltre attraverso questi nuovi smartphone, che fino a qualche tempo fa si distinguevano per la sorprendente funzionalità fotografica, adesso è possibile navigare agevolmente su Internet, grazie ai nuovi potenti processori dual core e ai display da 4 pollici e più, fare degli acquisti, comprare biglietti aerei, prenotarsi le vacanze, pagare le bollette, effettuare dei bonifici e così via dicendo.
Orbene, sebbene noi crediamo buona fede professata da tutti i colossi del settore, siano essi Apple o Google o Microsoft, non riusciamo, forse per eccesso di diffidenza, a scongiurare del tutto il fantasma che tali dati un giorno qualcuno non li utilizzi per conoscere meglio le persone e per poterle controllare successivamente. E allora forse abbandonare questa meravigliosa, onnipresente e onnipotente tecnologia a portata di mano per un giorno lasciando lo smartphone o il tablet o qualsivoglia oggetto spento nel cassetto, ci restituirà un sentimento di libertà smarrito giorno dopo giorno, al di sotto della soglia della nostra consapevolezza.
