Salvatore D'Anna

(Riccardo Di Grigoli) – La loro scala di misura è il nanometro e corrisponde all’incirca ad un milionesimo di millimetro. A queste dimensioni, le leggi della fisica tradizionale lasciano il posto a quelle della fisica quantistica. Ad occhio nudo è praticamente “il nulla”, eppure le loro applicazioni, potenzialmente infinite, spaziano dal campo medico a quello ottico, elettronico, alimentare, sportivo. Stiamo parlando delle nanotecnologie, concetto che generalmente indica la manipolazione della materia a livello atomico e molecolare. La prima volta che si è ventilata la possibilità di “controllare gli elementi in una scala piccolissima” ha una data ben precisa, il 29 dicembre 1959. Quel giorno l’illustre fisico Richard Feynman nel corso di una presentazione all’American Physical Society disse: “C’è così tanto spazio, in fondo”. L’idea contenuta all’interno dell’enunciato avrebbe da lì in avanti cambiato lo studio della materia. Il Professor Gianfranco Pacchioni, docente di Scienze dei materiali all’Università Bicocca di Milano, in un’intervista rilasciata qualche giorno fa a Repubblica aveva sostenuto la tesi secondo la quale energia, informatica e ambiente sono attualmente i “settori più vivaci delle nanotecnologie”. “Le applicazioni ad esempio dell’ossido di titanio possono essere varie. Si tratta di un materiale molto comune ed economico –aggiunge- capace di catturare e distruggere alcune molecole organiche inquinanti”. L’intenzione sarebbe quella di creare nuovi cementi per l’edilizia in grado di trattenere l’inquinamento urbano. Anche l’ambito informatico risulta straordinariamente creativo. “La prossima generazione per memorie di computer sfrutterà probabilmente il cosiddetto effetto tunnel”, sottolinea l’esperto. “Se per noi è impossibile attraversare una parete, ciò può non esser vero per i singoli elettroni. Imparare a sfruttare questo principio può tornare utile per creare dei dischi di memoria”. Come appare chiaro i vantaggi che si possono ricavare da un appropriato utilizzo delle nanotecnologie sono notevolissimi. Si possono cambiare le proprietà ottiche e chimiche degli oggetti, rendere impermeabili i tessuti, più resistenti i materiali ed è possibile persino insaporire maggiormente i cibi. Ma se qualcuno oggi teme che queste nanoparticelle possano invadere sia l’ambiente che il corpo umano, una nuova branca della medicina è convinta di essere in grado di controllare il potenziale a sua disposizione. L’obiettivo del Cen (centro europeo di nanomedicina, inaugurato nel febbraio di quest’anno a Milano), è quello di dar vita a delle “navicelle” in grado di raggiungere il tumore, riconoscere le cellule malate e rilasciare il farmaco. Quella che un tempo era pura fantascienza che aveva stuzzicato i sogni dei più audaci, si sta lentamente trasformando in realtà.