Filo spezzato del cervo volante: così lievemente,
mio giovane cuore, te ne sei andato
Takuboku Ishikawa
Isabelle Caro aveva 28 anni, soffriva di anoressia dall’età di 13 anni. È morta in novembre, ma della sua morte s’è saputo soltanto qualche giorno fa. Era stata la modella del fotografo Oliviero Toscani. La sua immagine fece il giro del mondo, indignò l’opinione pubblica. Le sue foto furono proibite. Dissero che era esporre un corpo malato come un trofeo è indegno, disgustoso. Fu come un pugno nello stomaco Isabelle scheletrica. Di anoressia si sapeva fra le modelle che sfilano sulle passerelle leggere come una piuma, gli abiti che a malapena poggiano sui loro corpi. Devono essere magre, magrissime.
Ci fu una campagna contro le taglie magre, gli stilisti giurarono che niente sarebbe stato come prima. Non più modelle anoressiche, perché ad esse guardano le ragazze che si ammalano. Durò lo spazio di un mattino.
Oliviero Toscani appena avuto notizia della morte di Isabelle ha ricordato che la sua foto era accompagnata da una didascalia: “No anoressia”. E poi ha spiegato: “La cosa sconvolgente è che la stampa invece di parlare del problema dell’anoressia ha reso famosa Isabelle come una starlette: e purtroppo penso che fosse compiaciuta della sua malattia…”
Isabelle, dunque, sarebbe stata uccisa dalla notorietà ricevuta dalla malattia che stava combattendo ed dall’esposizione del suo corpo spaventosamente magro. Non è vero. Isabelle è stata uccisa dall’ipocrisia, dall’indifferenza, da questo mondo cinico che riduce a bambole di cartone le giovani donne.
Il male di vivere.
L’anoressia è la malattia sociale di natura psicogena più diffusa nel nostro tempo che colpisce soprattutto soggetti appartenenti al sesso femminile. Chi ne è affetto, rifiuta il cibo, considera il sonno come perdita di tempo e il sesso, una concessione immeritata al corpo. L’anoressica è, generalmente, una adolescente colta e sensibile che considera il corpo una spia veritiera dei suoi insuccessi, il luogo di ogni intemperanza e ingordigia, la causa della propria disarmonia fisica e mentale, lo specchio di una intollerabile pigrizia. Nutre lo spirito, non il corpo. Lo alimenta di pensieri arguti, di tenacia, di volontà strenua e ingaggia così con esso una sfida mortale.
L’anoressica vive su un filo come un acrobata, cammina con disinvoltura lungo di esso, sospesa nel vuoto. Trattiene il fiato ad ogni rara incertezza, rimane senza respiro quando la paura sembra sommergerla, ma non mette mai i piedi a terra; cerca anzi di concentrarsi più che può per affinare, controllare ogni movimento, il più lieve, del corpo.
Volteggiando fra i suoi pensieri elevati, non perde di vista coloro che la osservano e la sorvegliano. Le sue evoluzioni nel vuoto richiamano la preoccupata attenzione degli estranei e una angosciosa attesa degli eventi da parte delle persone care. Lei, acrobata che sfida la morte, non vuole pietà, né lacrime, ma attenzione. Obbliga, così, chiunque ad assistere impotente alla sua lucida sfida senza fine. Non vuole essere sola sul filo, ma non vuole che alcuno interferisca con la sua scelta. Lei è quel filo sospeso nel vuoto, quel corpo sapientemente dominato.
L’anoressica diffida delle sue idee, dei suoi sentimenti, di coloro che la amano, e ritrova se stessa solo nel controllo degli impulsi biologici. Del cibo si può fare a meno, il sonno è una perdita di tempo, il sesso è una concessione verso quella parte di sé che non ha bisogno di nulla. «Posso impormi qualunque cosa: non mangiare, non dormire…» pensa. Il suo spirito di onnipotenza giace su un letto di spine accanto ad una inammissibile fragilità.
Lentamente scompare il bisogno originario di ottenere un aspetto fisico adeguato ai «canoni» estetici che concedono approvazione e successo. Il corpo s’è imbruttito, ma lei non lo vede più. Evita lo specchio, evita di spogliarsi davanti ad altre persone, anche le più care, perché prova vergogna della sua metamorfosi e, soprattutto, non vuole ricevere rimproveri da alcuno. Il sentimento di vergogna è subito lenito dall’at¬tenzione che il corpo diafano le procura.
Il suo potere nei confronti del corpo è illimitato, perché la prova è stata coronata da successo. Ogni sollecitazione a nutrirsi è vana. Non più solo un’interferenza, ma un’inaccettabile provocazione. Quando l’angoscia altrui l’assedia, accetta d’ingoiare il cibo, ma lo vomita appena possibile, dimostrando ancora una volta di essere se stessa.
Mentre proclama il suo potere è la più debole delle creature. Il rifiuto del cibo non è più una libera scelta, ma una autentica dipendenza. Un barlume di coscienza affio¬ra in superficie, ma non può farci nulla. Compaiono i disturbi fisici provocati dal lungo digiuno, ogni momento una pena. Chiede aiuto, ma non è capace di aiutarsi né di accogliere l’aiuto altrui. Spiega puntigliosamente le ragioni della sua malattia – finalmente la percepisce come tale – le origini pregresse, le sue colpe e quelle degli altri. Dapprima una innocente dieta guidata da un medico compiacente, poi il trauma: la separazione dei genitori, un amore deludente, l’improvvisa constatazione di non essere accettata a causa del suo corpo, il bisogno di approvazione, un diffuso malessere, il senso di vuoto.
Accoglie su di sé le sofferenze di tutti, crede di interpretare i silenzi carichi di ambiguità di ognuno. Nel suo animo si affaccia l’idea di potere rimediare a tutto. Presto apprenderà che non è così. Ha fallito e ne sente per intero la responsabilità. Smarrita, confusa, si chiude dentro di sé, incaricando le incombenze quotidiane – lo studio, gli esercizi ginnici, la severa dieta – di alzare una barriera fra sé e gli altri. Il suo cruccio diviene quel corpo nel quale non si riconosce e con il quale si misura e si allea. E continua a sfidarlo, dapprima blandamente, quindi con crudeltà. Si uccide giorno per giorno e obbliga tutti ad assistere impotenti a una lenta agonia.
Le adolescenti esprimono prevalentemente attraverso il corpo le loro inquietudini, il disagio psicologico, una irrimediabile solitudine. S’inventano i timori e li vivono con angoscia, sono paralizzate dai dubbi. Non sanno più che cosa vogliono e che cosa non vogliono. Quando scelgono finalmente qualcosa, si persuadono dell’impossibilità di ottenerla. Desiderano ciò che non possono avere e rifiutano ciò che hanno o potrebbero avere. Si arrovellano attorno ad ogni argomento, il più elementare, al punto da far dubitare delle loro qualità. Sanno tutto ciò che c’è da sapere sulla anoressia e non accettano lezioni, né suggerimenti da alcuno. «Non puoi sapere», dicono. "Solo chi la vive, capisce, e sa che cosa è giusto fare".
E se qualcuno prova a sfidarle – "Visto che sai com’è, riprenditi la vita" – ti annichiliscono con uno sguardo di commiserazione. "Che ne sai della vita", sembrano dirti con gli occhi. Mentre cercano di risolvere il primo dilemma dell’esistenza: decidere se esistere o non esistere.
I loro pensieri profondi costringono al silenzio, i sentimenti nobili svelano le nostre insospettabili viltà, le intuizioni geniali carpiscono anche i segreti del Nirvana e la loro incapacità di uscire dall’infanzia stimola una infinita tenerezza. Sono il più umano dei paradossi del nostro tempo, e il più temibile, il più inquietante. Come se attraverso di loro, le anoressiche, qualcuno volesse ricordarci i nostri limiti, la nostra fragilità mostrandosi attraverso le migliori virtù dell’uomo, l’intelligenza, i buoni sentimenti, la saggezza ed il volto di una donna.
Solo di una donna.
