Domenico Giardina

(Margherita Lopes) Giorni di lavoro persi a causa della malattia, storie d’amore finite o in crisi, incubo dimissioni e licenziamenti. E, per i piu’ giovani, la rinuncia a proseguire gli studi. Scoprirsi malato di Mici (malattie croniche dell’intestino) rischia di travolgere la vita dei circa 150mila italiani che ne soffrono, come rivelano i dati preliminari dello studio Impact, illustrati a Chicago da Marco Greco, presidente dell’Efcca (European Federation of Crohn’s and Ulcerative Colitis Association).

 

Lo studio, condotto a livello europeo su oltre 1.750 persone, punta a capire in che modo queste patologie si riflettono sull’esistenza di chi ne soffre. ”L’analisi non e’ completa – precisa Greco, nel corso della Digestive Disease Week 2011, che ha riunito nella citta’ statunitense decine di migliaia di medici da tutto il mondo – ma dai dati preliminari si vede che il 27% dei pazienti ha perso in un anno piu’ di 25 giorni di lavoro a causa del riacutizzarsi dei sintomi, e il 15% da 10 a 25 giorni”.

 

E ancora, questa patologia ha tenuto lontano dall’amore il 34% dei malati, ‘uccidendo’ la relazione sentimentale per il 22%. Carriera e studi hanno ‘sofferto’ a causa della malattia rispettivamente per il 66% e il 53% degli intervistati. Mentre il 46% ha perso il lavoro o si e’ dovuto dimettere.

 

”Morbo di Crohn e colite ulcerosa sono malattie ancora poco note, che costringono chi ne soffre a lottare contro uno stigma. Sono problemi imbarazzanti, e dunque se ne parla poco, che colpiscono giovani adulti, con pesanti ripercussioni a livello sociale e lavorativo”, sottolinea Greco all’Adnkronos Salute.

 

La federazione europea riunisce 207 associazioni nazionali con 103mila soci, ”per fare da punto di incontro e raccordo tra i diversi gruppi, e per relazionarsi con una voce unica con il Parlamento e la Commissione europea”, prosegue Greco.

 

In questo momento i ‘nodi’ che le associazioni del vecchio continente si trovano ad affrontare sono cinque: ”La scarsa conoscenza di queste malattie, l’accesso uniforme ai trattamenti in Italia, ma anche in Europa, in particolare per quanto riguarda i medicinali biologici. E ancora, la tutela sociale e lavorativa dei pazienti; la definizione della malattia in rapporto alla disabilita’ e, infine, la diagnosi precoce”.