Il pacco era stato confezionato ben bene: scudo giuridico e scudo regolamentare. Avrebbero potuto passare con il semaforo rosso, come va dicendo Guido Bertolaso, se ci fosse stato da salvare una vita. E non solo, però. Per come si erano messe le cose. avrebbero potuto continuare ad occuparsi di tutto, dai pellegrinaggi alle gare sportive, dalle feste di paese alle tavole rotonde, dall’Expo ai Mondiali di calcio.
Ancora una settimana e tutto sarebbe andato liscio come l’olio. Una botte di ferro.
Sulla Spa c’erano state infatti solo delle scaramucce, niente di serio. L’opposizione non aveva certo messo il silenziatore, tutt’altro. E la stampa nemmeno. Eugenio Scalfari aveva dedicato alle esternalizzazioni un lungo editoriale in un tempo non sospetto, preoccupandosi di un andazzo che secondo lui mandava a scatafascio regole, costituzione e buona creanza. Per conto di chi, qualcuno s’era chiesto, anche nel mondo dell’informazione, sospettando, nemmeno troppo velatamente, che questa voglia di burocrazia e di regole costi quel che costi nascondesse una nostalgia per la lottizzazione degli appalti: uno a te ed uno a me. Con la Protezione civile Spa, la distribuzione dei pani sarebbe finita, per essere sostituita da una cena in famiglia. E questo agli imprenditori – quelli che aspirano a scendere in campo sfidando il mercato e quelli che stanno a cuore ai potenti dei vari schieramenti – non poteva certo piacere. Con la dietrologia ed i sospetti, tuttavia, non si sa dove si va a finire.
La strategia messa in campo dal governo era abbastanza chiara ed il terminale era quello che sappiamo la Spa, un bunker protetto e tutelato. Niente buchi, niente finestre, manco per prendere un poco d’aria. Tutto finito? A quanto pare sì. Silvio Berlusconi non ammetterà mai una sconfitta. Non l’ha mai fatto né in occasioni di elezioni né in altre circostanze. Ammettere una sconfitta significa per lui continuare a perdere, quindi bisogna resistere. Sempre e comunque. Ma di sconfitta si tratta, né più né meno. E non è nemmeno detto che a costringerlo alla resa siano stati i magistrati di Firenze che hanno tirato fuori allo scoperto uno scandalo di proporzioni gigantesche, dal quale non resta niente fuori, dagli appalti compiacenti alle prestazioni sessuali, con tanto di massaggiatrici e brasiliane e il coinvolgimento del mostro sacro della burocrazia-politica italiana, Guido Bertolaso, fiore all’occhiello della stagione berlusconiana e nipote di cardinale (e che cardinale, Camillo Ruini).
Urtare la suscettibilità delle gerarchie, del Premier e di una buona parte di amici di maggioranza ed opposizione, non è stata roba da poco. La “ripassata”, uscita fuori dalle prime intercettazioni, prima che si sapesse della brasiliana concessa in regalo da un imprenditore presunto prosseneta, sarebbe stato davvero poco. E infatti hanno tirato fuori anche dell’altro. E questo “dell’altro” l’hanno letto in tanti stropicciandosi gli occhi perché era difficile crederci. E difatti bisogna sospendere il giudizio, dopo esserselo fatto, perché una cosa è un avviso di garanzia e un’altra la sentenza. Ma tutto questo è niente rispetto allo stop alla Spa. Chi l’ha affossata? Va prendendo corpo l’idea che si sia trattato di un combinato disposto, magistratura e personaggi importanti dello stesso governo. Non nel senso che si sono messi attorno ad un tavolo per tirare un brutto tiro alla regia dell’operazione, ma ognuno per conto proprio impegnati a “svaligiare” il piano e svuotarlo di contenuto, come pare stia accadendo.
Gianni Letta ha preparato la ritirata strategica, affermando che si sarebbe arrabbiato anche lui se gli avessero raccontato che si voleva fare una società privata (di grazia, allora che cosa c’era in quel decreto bello e pronto, altro?). Naturalmente ha assolto Guido Bertolaso. Galantuomo della chiesa com’è (una onorificenza prestigiosa), non avrebbe certo potuto tirarsi indietro. Ma anche senza lo zio cardinale, Bertolaso avrebbe ricevuto la stessa accoglienza nobile nelle stanze della presidenza del Consiglio, perché molte sono le benemerenze raccolte.
Dunque, non perdiamo il filo. Chi ha affossato la Spa? Quando Gianni Letta ha preparato la ritirata è cominciata a circolare la voce che all’interno del governo si mugugnava e ci si sarebbe messi di traverso. Chi l’avrebbe fatto? Giulio Tremonti, ancora lui. Niente di personale, s’intende. Si tratta di gelosia, pura e semplice, dettata dalla severità. La Protezione civile che spende tutto quello che vuole fuori da ogni controllo e fuori dal bilancio, gli è andata sempre di traverso, come tutto ciò che si muove nel governo senza il suo assenso. In più Bertolaso stava per entrare nel governo e s’era preso la testa e il cuore del Grande Capo. Sommate tutte queste cose e capite che non era merce facile da digerire.
Tremonti avrebbe preferito non uscire allo scoperto per non arrecare offesa pubblica, ancora una volta, al premier che nei suoi confronti ha una sorta di amore e odio, o meglio soffre la perseveranza e il suo potere d’interdizione, guadagnato grazie alla tutela, urbi et orbi, di Umberto Bossi. Tremonti come Gianfranco Fini sono fuori dalla portata del Cav ed è un dato di fatto incontrovertibile ormai. Tremonti s’è mantenuto defilato ed è stato naturalmente il capo dei leghisti ad avvertire che per quanto lo riguardava questa Spa non s’aveva da fare ed era meglio quindi lasciare perdere per evitare che si combinassero altre malfatte. Ha parlato Bossi, ma è come se avesse parlato Tremonti. Poi è arrivato Fini che ha annunciato lo stralcio dell’art.16, che ridimensiona tutto.
L’opposizione vuole vederci chiaro perché teme il gioco delle tre carte, come paventa Antonio Di Pietro. Non c’è alcun dubbio, tuttavia, che è cambiato tutto e che la Spa non andrà in porto. Magari va avanti qualcos’altro. Staremo a vedere.
Per intanto Guido Bertolaso risponde a Eugenio Scalfari con sollecitudine e comunica di avere le valigie pronte. Silvio Berlusconi fa sapere che la marcia indietro è indispensabile per salvare Bertolaso. Il ministro Matteoli e il coordinatore nazionale Verdini, il braccio destro del premier nel Pdl, soffrono per le nuove intercettazioni che li mettono dentro il calderone dei questuanti. All’Aquila sono incazzati fortemente per via di quegli scriteriati che qualche minuto dopo il terremoto se la ridevano al telefono perché le disgrazie altrui avrebbero portato soldi.
La Spa non è indispensabile, dunque.
