Quanto conta la Regione siciliana a Roma? Meno che niente verrebbe di rispondere. Contano di più i vicerè di Roma che la Regione. E’ stato sempre così ma non sempre in egual modo. Quando a Palermo il Presidente della Regione era Rino Nicolosi qualcosa contava la Regione. E quando a presiedere l’Assembblea regionale siciliana erano Giuseppe Alessi, democristiano, Pancrazio De Pasquale, comunista o Salvatore Lauricella, socialista, tanto per fare qualche nome fra quelli che non sono più tra noi, Palermo politica contava qualcosa. Niente che permettesse di incrociare i guanti con il “nemico”, per carità, ma un poco di rispetto sì, lo si pretendeva e lo si otteneva, ma era figlio – anche questo – del ruolo politico del leader, non della specialità dello Statuto, sul quale sin dalla nascita ci si sono messi in tanti ad annacquarlo. E’ stato un assedio felpato con colpi proibiti che in un ring sarebbero stati sanzionati dall’arbitro.
Già, l’arbitro. E’ accaduto che l’arbitro romano, cioè la Corte costituzionale appena messa in piedi, decretasse che l’Alta Corte siciliana non aveva ragione di esistere.
Si trattava della ragion d’essere dell’autonomia e non di una questione di opportunità politica o organizzazione giurisdizionale. L’autonomia speciale poggiava su alcune gambe, che sono l’abc del federalismo moderno: e cioè il livello giurisdizionale (Suprema Corte di cassazione, Alta Corte, Consiglio di giustizia amministrativa), la sicurezza (il Presidente della Regione per statuto è il capo della polizia), l’economia (il batter moneta, affidato al banco di Sicilia).
Sappiamo bene che si deve ridiscutere tutto, ma per portare avanti l’autonomia, e non per tornare indietro. Se lo statuto è stato spogliato delle sue norme essenziali, ormai desuete, è dovuto alla inconsistenza della classe politica siciliana, le cui colpe sono rilevanti ma non “totali”. Il sistema centralistico dei partiti – non solo del Pci – costituiva, e costituisce ancora oggi, il principale ostacolo all’autonomia e ad ogni forma di decentramento. Se le decisioni politiche che servono, devono essere assunte a Roma e passare attraverso la griglia dei partiti, una evoluzione federalista del Paese non ci sarà mai. Questo sistema fece dei referenti politici siciliani dei vicerè, cui era affidato l’appalto del partito o della Regione nel solco della tradizione spagnola. Oggi i referenti politici non sono niente, meno che niente. Hanno rinunciato perfino al loro portafogli voti, anche perché sono diventati deputati, senatori, sottosegretari o Ministri, perché qualcuno a Roma ha deciso di elargire loro questo ruolo.
Se si conta a Roma, si conta in periferia, altrimenti non c’è niente da fare. Il federalismo conterà in Padania, ma non in Sicilia, a meno che in Sicilia non si instauri una regione “catalana”. La Catalogna in Spagna ha ottenuto tutte le prerogative che ha preteso perché i partiti catalani sono stati sempre determinanti a Madrid e perché la sua autonomia, molto spinta, aveva una sua motivazione storico-politica ben solida.
Le cose si sono messe in modo che la classe politica catalana con la morte del Caudillo, giovane e desiderosa di contare, privilegiasse l’autonomia e contendesse fin dalla prima ora le prerogative speciali di cui oggi gode abbondantemente. Altra storia, altri uomini.
Oggi in Sicilia soffia il vento autonomista, ma è una brezza. Basta un nonnulla perché si trasformi in un soffio. I partiti autonomisti nascono e riposano in pace anche quando le intenzioni sono buoni e gli entusiasmi sono credibili, perché il contesto centralista, di natura politica ancor prima che burocratica, costituisce come sempre un muro invalicabile.
Facciamo due esempi che sono freschi di giornata. Qualche mese fa è nato Forza del Sud, la cui ragione sociale dovrebbe essere l’autonomismo meridionalista o qualcosa di simile, ma questo schieramento politico fin dal primo giorno dichiara di stare in un’area politica, il centrodestra, ed il suo leader ricorda a tutti un giorno sì ed uno no, che non tradirebbe mai il capo del governo, Silvio Berlusconi, mai e poi mai. Dopo avere recitato l’atto di fede spiega, come se fosse la cosa più naturale del mondo, di avere fondato un partito che vuole fare contare la Sicilia ed il Sud contendendo con strenua tenacia il potere decisionale al nordismo che possiede la golden share governativa.
Che cosa è cambiato rispetto ai giorni in cui i segretari regionali dei partiti, che pure allora esistevano (ed oggi sono generalmente una finzione), non potevano muoversi che dentro la cornice degli editti romani? Nulla, nella sostanza, proprio nulla.
Secondo esempio, il Partito democratico, che – grazie a Dio – soffre per la sua testarda volontà di darsi norme democratiche (è il solo ed a parte le candidature, li rispetta in qualche misura): avrebbe voluto imprimere al suo statuto regionale una impronta autonomista (o federalista, fate voi), ma quando qualcuno ha cominciato a parlarne è stato zittito perché si è temuto che potesse nascere un altro partito che avrebbe fatto ciò che voleva e quando lo voleva. Risultato, tutti zitti e in fila per due.
Infine, il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo. E’ nato per fare rinascere l’autonomismo, ma i suoi quattro gatti a Roma – peraltro molto combattuti sul da farsi – sono schiacciati e annegano nel contesto bipolarista a trazione berlusconiana.
La buona volontà c’è, ma non basta davvero. Magari fosse sufficiente. Ricordate che cosa è accaduto poco tempo fa? Il Presidente della Regione, che è il leader degli autonomisti siciliani, si è arrabbiato perché peggio di così non può essere trattato dal governo nazionale ed ha fatto sapere che avrebbe contestato presso la Consulta ogni deliberazione del governo nazionale, assunta dal Consiglio dei Ministri in assenza del governatore, allorquando essa riguardi la Sicilia. E siccome la Sicilia c’entra sempre sia che si parli di trasporto, scuola, sanità o altro, teoricamente il Presidente della Regione dovrebbe essere sempre invitato. Invece non è mai avvenuto, con l’eccezione di qualche festa comandata. Una palese violazione dello Statuto siciliano che riconosce il rango di Ministro al Presidente regionale e pretende che sia presente allorché si discetta di cose che interessano l’Isola.
La Corte Costituzionale dovrebbe sanzionare la violazione delle norme statutarie quando la questione viene sollevata alla Corte, ma ciò non è mai avvenuto per la fattispecie, perché ci si è limitato – e non solo oggi – a fare la voce grossa. Intendiamoci, potrebbe accadere che la Corte decida di “cassare” la norma o qualcosa di simile, può accadere di tutto, ma di sicuro la questione non è stata formalmente sollevata. Per quale ragione, vi chiedere. E’ semplice non è possibile per chiunque sieda a Palazzo d’Orleans andare al di là della protesta – ci sia o meno Berlusconi a Palazzo Chigi– altrimenti gli viene a mancare l’ossigeno per respirare. Non si può pretendere niente perché la forza contrattuale della Sicilia – per via delle risorse e del peso politico – è vicina allo zero.
Se si agisse alla catalana, sarebbe un’altra cosa. I parlamentari catalani fanno lobby a Madrid. Non si tratta di trasversalismo, è ben altro: i deputati catalani rappresentano la Catalogna e curano gli interessi della Catalogna senza confliggere con gli interessi nazionali. Sembra complicato, ma non lo è.
Da noi gli autonomisti, di qualunque colore politico, devono ricorrere al revisionismo storico e prendersela con Giuseppe Garibaldi per fare passare il messaggio di un celodurismo poco credibile ai cittadini. Umberto Bossi, che pure non ha avuto buone letture, si è inventato la storia e la geografia, costruendo una Padania politica ed economica che esiste solo per la sua vocazione poujadista (le tasse, Roma ladrona eccetera). I nostri eroi in Sicilia vorrebbero imitare il ragioniere Bossi, ma non ci riescono, anche quando hanno fatto i loro studi in prestigiose università straniere. Assomigliano ai figli dei conti e dei baroni siciliani alla vigilia dell’Unità d’Italia: frequentavano i college inglesi e francesi, parlavano due lingue, erano istruiti e forbiti ma per campare consumavano le loro risorse, affidandole ai campieri, facendone i loro padroni.
Questa tradizione di baroni in disarmo è stata mantenuta. I campieri c’erano e ci sono ancora, così come gli intellettuali – prestati alla politica – e ci sono i Ministri siciliani che dai tempi di Francesco Crispi, arrivati a Roma, servono con devozione il leader di turno.
Fateci un nome, uno solo, di un personaggio importante cui affidare il futuro dell’autonomia siciliana. Eppure la Sicilia “ricopre” la seconda carica dello stato, ha un Presidente del senato – e Ministeri di rilievo (il Guardasigilli), ma sapere come stanno le cose, sono costretti anche quando hanno stoffa, come nel caso del Guardasigilli Alfano, a rigare dritto e stare dentro le priorità (personali o territoriali) dei capi. Fra il portavoce delò Pdl Capezzone e il Presidente Schifani, quale diversità notate nell’espletamento delle mansioni, a parte il linguaggio?
Le idee, disse qualcuno, marciano con le gambe degli uomini (meglio con la testa, però). Se i siciliani che contano nel loro “giardino di casa”, contano anche a Roma, l’autonomia siciliana – intesa come autogoverno provvido, attento e non sprecone e clientelare, strumento di privilegi inconcepibili e di sprechi inossidabili – avrà un futuro.
Il pessimismo è d’obbligo. Ma se il Presidente della Regione, dopo avere protestato per l’inosservanza dello Statuto sul suo ruolo in Consiglio dei Ministri, mantenesse la barra dritta anche a costo di rischiare la collisione, forse… Tanto, peggio di così con Roma non può andare.
