Raffaele Lombardo rompe gli indugi e getta il cuore oltre l’ostacolo. Manda a dire a Gianfranco Miccichè che non può aspettarlo in eterno e deve decidere ciò che vuole fare da grande. Ma non basta, gli suggerisce ciò che a suo avviso occorre che faccia, e subito: rompere con Silvio Berlusconi. O qualcosa di simile, perché perché dopo il lancio di un’agenzia dai contenuti inequivocabili, è arrivata una precisazione che annacqua, ma non cancella, la proposizione iniziale.
Una questione di fair play, pare di capire. Certo è che la nota d’agenzia riferisce di un Lombardo pronto allo strappo mentre la precisazione offre una versione che vuole evitarlo. Resta il dato politico del governatore scontento, molto scontento, di Roma. Una serie di episodi confermano la “lontananza” del governo nazionale dalla Sicilia e dal meridione d’Italia. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, probabilmente, è il caso della Tirrenia, che è stata praticamente consegnata al tribunale fallimentare con la nomina di un commissario che lascia prevedere lo “spezzatino” ed una soluzione simile all’Alitalia. In definitiva la Regione siciliana esce di scena dopo avere cantato vittoria assicurandosi la partecipazione alla società che avrebbe dovuto acquistare la compagnia di navigazione. Non solo uno sgarbo, ma un indirizzo politico che Lombardo non può avallare, altrimenti smentisce se stesso.
In passato le scelte romane sulle questioni siciliane e meridionali sono state giudicate con piglio severo da Miccichè, ma da qualche mese a questa parte, in concomitanza dei disordini romane, pare che abbia perso la parola. Tace, quindi acconsente. Finiti i sogni di gloria, finito il partito del sud, il partito del popolo siciliano e tutto il testo. Solo una dichiarazione, netta ed inequivocabile, di Miccichè: “Non mollo Berlusconi, meglio di lui non c’è nessun altro”.
Lo strappo di Lombardo con Miccichè avrebbe conseguenze politiche molto precise, allineando il governo siciliano all’intesa centrista della Camera, guardata con benevola attenzione dall’opposizione del Pd. Risponde, in particolare, al segnale che l’opposizione siciliana attende da lungo tempo: rompere con Berlusconi. Che l’indirizzo fosse questo anche a Palermo era presumibile. Il Mpa ha concordato con le altre forze centriste l’astensione sulla mozione di sfiducia a Caliendo, astensione che è stata duramente criticata dal Pdl. Questa alleanza, seppur contingente, mette dentro Futuro e Libertà, il nuovo soggetto politico proposto dai finiani La frattura insanabile fra berlusconiani e finiani ha rotto il giocattolo siciliano, il Pdl-Sicilia, composto dalle due componenti. La ribellione di Miccichè e dei suoi amici era a sovranità limitata, una ribellione a denominazione geografica controllata insomma. Oltre lo Stretto non avrebbe avuto diritto di cittadinanza, essendo stata provocata dal gruppo dirigente del Pdl siciliano.
Ben diversa l’ottica dei finiani nel Pdl Sicilia. I seguaci del Presidente della Camera hanno aperto nell’Isola il varco alla loro battaglia di resistenza e contenimento allo strapotere del triunvirato di Arcore, composto da Berlusconi, Bossi e Tremonti. Una ribellione locale e limitata nel tempo per Miccichè, una scelta strategica per Granata, Briguglio e Scalia, i tre leader siciliani di Futuro e Libertà.
Fabio Granata, molto ascoltato da Fini, ha più volte ribadito l’eventualità che si vada ad alleanze inedite, seppure contingenti, se il contesto politico emergenziale lo ritenesse. A tutto campo, insomma. Le titubanze e i distinguo dell’Udc – che con Saverio Romano chiedono un governo a termine – dovrebbero sciogliersi nei prossimi giorni. Facendo un poco di conti, i numeri possono dare al nuovo governo un sufficiente margine di sicurezza anche se l’Udc dovesse perdere l’autobus. Mannino, D’Alia e, soprattutto, Casini, non sono affatto convinti che Romano debba porre questa condizione, non ne capiscono la ragione politica. Che interesse ha, si chiederebbero, l’Udc a provocare lo scioglimento dell’Assemblea, dando una mano al Pdl che vuole cacciare via Lombardo prima possibile? Provocare lo scioglimento avrebbe una giustificazione se l’Udc avesse stretto un patto elettorale con il Pdl, ma questo non è avvenuto ed è difficile che si verifichi.
C’è infine la pattuglia dei “federati”, un gruppo di sei deputati, che si collocano al centro e che aspirano, a buon ragione, ad una rappresentanza nel governo. Il quadro potrebbe presto diventare chiaro. La Sicilia farebbe da battistrada. Sarebbe per lui un successo. Sia d’immagine che politico: avrebbe “aggiustato” in un sol colpo la maggioranza fino alla fine del mandato e assicurato al suo Mpa un’alleanza solida per le politiche nazionali che sono dietro l’angolo.
