Mettiamo avanti l’orologio questa volta, quattro anni, mese più mese meno. Si chiude il settennato di Giorgio Napolitano. Apprezzamenti, ringraziamenti, unanimi giudizi positivi. Tutto nella norma. I Presidenti della Repubblica hanno fatto onore all’Italia, sempre. Rispetto alle cariche di governo hanno fatto sempre un figurone. Chissà perché: forse il Parlamento l’azzecca ogni volta, forse le regole sono quelle giuste perché si scelga con le modalità corrette, forse è solo fortuna o forse, infine, la carica fa il monaco. Insomma quando si arriva sul Colle, si riesce a dare il meglio di sé.

Nel caso di Giorgio Napolitano, era prevedibile che facesse un figurone. Ha l’aplomb giusto, il senso dello stato, una diligenza da maestro deamicisiano. E sa essere burbero quando occorre e leggero quando il contesto lo richiede.

Standing ovation al Presidente che finisce bene il mandato, e il Parlamento con i grandi elettori sono lì riuniti per decidere chi deve succedergli. L’opinione pubblica è divisa, fra berlusconiani e antiberlusconiani, le Camere riunite “sentono” il Paese, ci sono incontri, trattative, voci contraddittorie. Il serpente delle emozioni s’insinua ovunque, anche fra i banchi più glaciali di Montecitorio.

Nei mesi che hanno preceduto l’appuntamento si sono succedute le candidature di contrapposizione a Silvio berlusconi, ed una dopo l’altra sono state scartate. Anche Massimo D’Alema è entrato nel novero dei papabili, insieme a Giuliano Amato. Ma il centrosinistra non ha alcuna chance, non può che prendere atto delle scelte del centrodestra.

Si ripete, con parti rovesciate, ciò che accadde quando venne eletto Giorgio Napolitano. Ma niente ventaglio di proposte, il centrodestra propone un solo candidato, Silvio Bwerlusconi. Dai banchi di centro e di centrosinistra è un coro unanime di no, perfino Pierferdinando Casini, dapprima possibilista, si mette diu traverso.

Passa qualche giorno, i parlamentari cominciano a votare, candidati civetta. Nulla di fatto, il quorum non viene raggiunto. Poi, di colpo, lo scenario cambia ed entra in campo il Presidente della Camera, Gianfranco Fini.

Pare che sia il centrosinistra a candidarlo anche se sottobanco. Come, un ex fascista? Si chiede la sinistra antagonista? Ma i favorevoli ribattono: sulle battaglie civili Gianfranco Fini è stato il più coerente, il più tenace, il più diligente. Si è battuto a viso aperto su tutti i campi, dai temi eticamente sensibili alla difesa della costituzione e del parlamento, dall’immigrazione alle coppie di fatto, dal testamento biologico alla lotta all’omofobia. Un liberal non avrebbe potuto e saputo fare di meglio. Sì, magari ha avuto trascorsi non molto commendevoli, è nato nelle fila del MSI ed è stato un allievo di Giorgio Alimarante, ma il suo percorso è netto, da Fiuggi alla Presidenza della Camera.

Nel centrodestra la candidatura provoca scompiglio, specie nell’area dell’ex An, ma il resto del PDL si irrigidisce. Tiene ferma la scelta iniziale, o Silvio o niente. E allora accade che…