Salvatore Parlagreco

Pd e Udc si incontrano ad inizio settimana, lunedì. In concomitanza con questo incontro, i leader del Pdl Sicilia si ritroveranno insieme, finiani, e ex forzisti di Micciché e Misuraca. Gli ultimi avvenimenti hanno modificato la prospettiva, nel giro di poche ore la proposta di un patto di legislatura e di coalizione elettorale, è stata riposta nel cassetto, com’è capitato con il Partito del Sud, il Partito del popolo e altre idee che hanno incendiato gli animi per alcuni giorni.

 

Le geometrie variabili vogliono la loro parte. Hanno ripreso a lavorare, sostituendo gli alambicchi del laboratorio siciliano, con le matite leggere e gomme per cancellare a portata di mano. È così che lavorano i geometri, fra chiaroscuri, lontani dagli intrugli empirici dall’esito incerto e, spesso, velenoso.

 

La giornata può salutare aperture impensabili e concludersi con l’esatto contrario. Sarebbe sbagliato assegnare al presidente della Regione, Raffaele Lombardo, il ruolo del mastro d’ascia. Le geometrie variabili sono una categoria dello spirito, che possiede il dono dell’empatia e del pensiero leggero: contagia, si diffonde senza lasciare traccia, eppure segnando inequivocabilmente il corso delle cose.

 

Il nodo da sciogliere è Gianfranco Micciché, che vive un rapporto controverso con il suo partito, ostile a Palermo e benevolo a Roma, e lavora per coronare una vecchia ambizione, approdare a Palazzo d’Orleans. C’è, naturalmente, il bisogno di Raffaele Lombardo, di assicurare al suo Mpa, o in subordine alla sua area politica, lunga vita al di là dello Stretto. Obiettivi che s’intrecciano con le vicende politiche nazionali e specificatamente con l’Udc, il Partito della Nazione e il Grande Centro, a seconda della piega che assumeranno gli eventi.

 

Sull’evoluzione del quadro politico Lombardo non può influire più di tanto, ma il ritorno dell’Udc nel suo governo non è estraneo alle vicende romane. Sia Berlusconi quanto Casini rivolgono sguardi interessati all’Isola, specie il premier che alla vigilia di un patto, divenuto credibile, con il PD si è fatto vivo in grande stile, smarcando Lombardo e riportandolo, di fatto, dalla sua parte (nell’immaginario collettivo).

 

Il PD c’è rimasto male, la maggioranza interna che aveva lavorato per un patto di legislatura e coalizione elettorale con il governatore si è sentita “tradita” per usare una parola grossa ma rappresentativa dello stato d’animo di alcuni leader; e pur mantenendo una disponibilità programmatica, il segretario regionale, Beppe Lupo, non ha nascosto la sua irritazione. Nelle parole del Pd, in generale, prevale il disimpegno piuttosto che l’impegno. Ma la porta non è chiusa.

 

Se l’asse PD-Udc tiene, e nei giorni scorsi era sembrato che i due segretari, Romano e Lupo, avessero trovato la quadra, proponendo un governo tecnico e non escludendo anche un patto elettorale (ciò che Lombardo aveva proposto “con chi ci sta”), Micciché, Misuraca e i finiani avrebbero bisogno di ripensare ai loro ultimatum, veti e paletti posti al governatore (il “no”al PD in giunta ed alla coalizione elettorale).

 

Senza l’Udc, Mpa e Pdl Sicilia non riuscirebbero a raggiungere la maggioranza utile a Sala d’Ercole. Le cose si sono messe in modo che Micciché debba “corteggiare” il partito dell’ex Presidente Cuffaro. È proprio questo l’aspetto più curioso: politicamente irrilevante, ma emotivamente importante.

Se la partita fosse giocata in Sicilia, non ci sarebbero dubbi, l’asse Pd-Udc si consoliderebbe dando un indirizzo preciso al “quater” di Lombardo, ma c’è Roma di mezzo con il riassetto del Pdl promesso da Berlusconi, la voglia di Udc del Cavaliere, l’intesa fra Fini e il leader dell’Udc, il Grande centro e altro, a impedire che le carte passino solo attraverso mani siciliane.