(Massimo Costa) E’ notizia di queste ore che il Ministro dei Beni Culturali Bondi si è dimesso mentre al suo posto va Galan. La sua "protesta" – a quanto pare – non è stata vana. Il Governo ha promesso che rifinanzierà gli esangui "beni culturali", falcidiati dai tagli tremontiani e simbolicamente rappresentati dai vergognosi crolli di Pompei, con "più tasse per tutti" e in particolare aumentando le imposte di consumo sulla benzina, già clamorosamente la più cara in Europa. Non voglio entrare sulle valutazioni di opportunità di questa scelta; ognuno si tenga le proprie idee. Quello che vorrei contribuire a far sapere ai cittadini/contribuenti siciliani è che in questa vicenda si nasconde uno dei soliti scandali neocoloniali ai quali siamo costretti ad assistere. I beni culturali, infatti, sono stati da tempo completamente devoluti all’amministrazione della Regione Siciliana in ottemperanza al nostro Art. 20 che prevederebbe un trasferimento integrale dei compiti dello Stato alla Regione stessa. Tanto tempo fa un Ministro della Repubblica in TV, stando seduto accanto a Granata, allora assessore regionale ai Beni Culturali, ebbe a dire che in realtà Granata era non "assessore" ma Ministro, poiché il Ministero romano non aveva alcuna competenza al di là dello Stretto e Granata ringraziò il Ministro della Repubblica per la correttezza di quell’affermazione. In altre parole la Sicilia provvede a proprie spese da tempo alla tutela dei beni culturali e, infatti, le iniziative del Ministero non varcano mai lo Stretto. Con tutto il male che siamo bravi a dire della nostra "mamma" Regione va detto che questo ha in parte salvato la Sicilia dalla vera e propria deriva cui sono stati abbandonati i beni culturali di recente in Italia e soprattutto al Sud (Pompei "docet"). Da qui una prima "stranezza". Da domani pagheremo la benzina più cara, ma i proventi di questo nostro ulteriore sacrificio non resteranno in Sicilia ma andranno a finanziare la cultura del Continente. Poi ce n’è un’altra, forse ancor più grave. Le imposte di consumo sulla benzina, checché ne dica la Suprema Corte nei suoi sofismi interpretativi anti-siciliani, non sono imposte di produzione. La differenza tra un’imposta di produzione e un’imposta di consumo la si trova in qualunque manuale di Scienza delle Finanze e non mi pare il caso di riproporla. Orbene, le imposte di consumo, a differenza di quelle di produzione, non rientrano tra le fattispecie tributarie il cui gettito è riservato allo Stato ai sensi del 2° comma dell’art. 36 del Nostro Statuto. In altre parole esse dovrebbero andare alla Regione, anzi, addirittura, dovrebbero essere persino deliberate nel loro importo dalla Regione. In ogni caso, quand’anche fossero deliberate dallo Stato come ingiustamente disposto dall’attuale ordinamento che se ne infischia del Nostro Statuto, in ogni caso il gettito dovrebbe rimanere alla Regione. Nella pratica lo Stato va avanti a riscuotere queste imposte come un rullo compressore lasciando alla Regione una "sovrattassa" che serve solo a rendere ancora più cara la benzina ai siciliani senza nulla togliere al gettito erariale. Insomma, con questa manovra lo Stato mette ancora una volta le mani in tasca ai siciliani quando non potrebbe farlo e, paradosso, lo fa per realizzare spese che non si trovano nel territorio dell’Isola. In pratica noi siciliani, oltre a pagarci integralmente i nostri beni culturali, contribuiremo a quelli dell’Italia intera.
Se fossimo mediamente più ricchi degli altri in fondo non ci sarebbe nulla di male, ma – nelle condizioni attuali – il provvedimento assume i contorni della beffa e dell’abuso. E’ un po’ come il falso pedaggio che si sta per imporre sulle autostrade siciliane. Si chiama pedaggio, ma in realtà è un’altra tassa illegittima dal punto di vista costituzionale con la quale la Sicilia andrà a finanziare spese che si sosterranno tutte al di là dello Stretto: non un centesimo di questo pedaggio potrà essere speso per il miglioramento della rete autostradale siciliana poiché l’Anas si vedrà decurtati i trasferimenti dello Stato dello stesso importo di quanto da questa riscosso a titolo di pedaggio. Altra violazione dello Statuto, altra tassa con cui la Sicilia finanzia l’Italia. Ma – si sa – siamo noi i mantenuti: fatt’a nòmina e va’ cùrcati. Ai tempi di Prodi ci si lamentava per il fatto che da non so quanti anni non c’era neanche un ministro siciliano e le attenzioni verso la Sicilia erano scese al minimo storico. Adesso che a Palazzo Chigi la squadra dei siciliani è robusta e crescente (adesso abbiamo anche Romano) le condizioni sembrano addirittura peggiorate. C’è evidentemente qualcosa che non va. Volete aiutarmi a capire cosa?
