La barbarie non è una prerogativa della corruzione, dei corrotti, e ladri di passo. S’insinua anche in altri gangli della vita civile senza dovere faticare più di tanto. Chi ha seguito appena superficialmente i risvolti più recenti dello scandalo della Protezione civile ha appreso che il magistrato romano coinvolto nell’inchiesta, Toro, ha appeso al chiodo la toga. Mi dimetto, ha spiegato, perché voglio difendere il mio onore e voglio farlo in piena libertà senza mettere in metto nessuno, nemmeno la magistratura. Più o meno questo il ragionamento. Inconsueto, invero, visto che a dimettersi non ci pensa nessuno quando viene tirato in ballo perché è invalsa l’opinione che le dimissioni equivalgono ad una confessione. Dimettendosi si mostrerebbe debolezza, carbone bagnato, si darebbe ragione all’avversario, al nemico, a colui che ha teso la trappola e così via. E poi, perché dimettersi dopo avere ricevuto un avviso di garanzia. Si è innocenti fino all’ultimo grado di giudizio. Verissimo ma chi rappresenta le istituzioni e chi giudica i cittadini in nome del popolo italiano ha bisogno di godere della fiducia della gente, condizione essenziale perché il suo lavoro possa essere espletato con dedizione e perizia.
L’opinione che non bisognasse dimettersi, comunque, ha invaso i Palazzi del Potere, procurando un grandissimo danno all’immagine delle istituzioni e della pubblica amministrazione.
Il procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, ha assunto una decisione che va in controtendenza, lasciando la magistratura. Era stato coinvolto nell’inchiesta perché il figlio aveva riferito notizie riservate a funzionari che non avrebbero dovuto conoscerle. All’insaputa del padre? Questo dovrà essere accertato, ma la circostanza è apparsa irrilevante al PM romano e non ha influito sulla decisione dei magistrati fiorentini di indagarlo.
Ebbene, che cosa ci si aspetta quando qualcuno si dimette per difendersi meglio e rispettare l’istituzione che rappresenta? Che questa scelta venga apprezzata. Che cosa succede invece. Un quotidiano, di cui tuttavia stavolta non citiamo la testata, lasciando ai lettori la facoltà d’indovinarla (e non dovrebbe essere difficile), ha sbattuto in prima pagina con un titoloni a carattere di scatola, il magistrato, riferendo che è rotolata la prima testa, quella di un magistrato. L’intenzione, naturalmente, è di indirizzare l’opinione pubblica verso presunti colpevoli diversi da quelli finora venuti fuori dall’inchiesta della magistratura. Il PM invece che Verdini, Bertolaso, Balducci ed altri, destinatari di avvisi di garanzia o manette (nel caso di Balducci, Provveditore alle opere pubbliche).
Il trattamento subito da magistrato avvalora l’opinione che dimettersi significa confessare di essere colpevole. Barbarie, inciviltà e cinismo scellerato.
