Alla fine l’hanno capito che l’incendio è cominciato in Sicilia quando i finiani hanno incoraggiato, irrobustito, riempito di significati e contenuti, e trasformata in svolta politica la ribellione di Gianfranco Miccichè contro i suoi nemici locali, Castiglione Firrarello e compagnia bella. Carmelo Briguglio e Fabio Granata spiegarono subito che con il Pdl Sicilia stavano fondando un Pdl diverso da quello preteso dal cavaliere. Annunciarono e chiesero uno statuto diverso, in definitiva un partito diverso. Poi Gianfranco Fini benedì la scissione, dandole ancora maggior forza, mentre Gianfranco Miccichè continuava a credere che nell’Isola stesse combattendo la sua battaglia interna contro coloro che l’avevano messo “di lato”, gli Alfano e gli Schifani, aiutati da personaggi di seconda fila, pronti alle operazioni di killeraggio.
Insomma gli uomini di Fini risalivano il Continente e Miccichè annunciava un giorno la rivoluzione, il giorno successivo il partito del sud e il terzo giorno, invece che fare qualcosa, il partito del popolo siciliano. Sempre nell’interesse del Cavaliere, che non avrebbe mai tradito né abbandonato un istante. Pensassero quel che volevano i soliti idioti, lui stava lì a presidiare il campo berlusconiano contro i berluscones d’accatto, incapaci di inventare se stessi, altro che partito. E che fosse quello il percorso giusto non ebbe dubbi nemmeno il consigliore più avveduto e “studiato”, Marcello Dell’Utri, quello che con alto sprezzo del pericolo non esita a medagliare d’eroismo il boss defunto pur di restare un Vero Uomo, rispettato e rispettabile.
E il furbissimo Cavaliere? Che dire di lui? La trappola siciliana non l’ha mai vista, c’è caduto dentro come un esperto nuotatore che si butta dal trampolino pensando di raccogliere applausi della folla e gli apprezzamenti degli esperti: pensava di dividere imperando, di muovere le fila a suo piacimento, di stare in testa ai due eserciti in guerra, i lealisti da una parte, e il figlioccio scapestrato ma obbediente dall’altro.
Ora hanno scoperto tutti quanti come stavano le cose. Il giovanotto che presidia l’Assemblea regionale siciliana credendosi il Presidente della Regione ante litteram, rimprovera ai dirigenti romani del suo partito di non aver fermato in tempo la ribellione dalla quale è partita la campagna di guerra finiana. E lo stesso Silvio Berlusconi, senza battersi il petto perché non è nel suo stile, dice chiaro e tondo che la questione siciliana ha fatto un gran danno e deve essere risolta. Stavolta non è il goliardico “ghe pensi mi” ad annunciare il colpo d’ascia ma un leader assediato dagli uomini e dagli eventi ed impossibilitato a lasciare che le cose vadano come debbono andare perché tanto stanno tutti con lui.
Silvio Berlusconi “sveglia” Gianfranco Miccichè che vedeva crescere le sue quotazioni grazie alla rendita di posizione: da una parte il suo tutore, dall’altra il governo imbottito di uomini suoi che sta in piedi perché è lui a volerlo, e nessun altro. Una rendita costruita magistralmente, disegnando ogni giorno confini da filo spinato ma sempre mobili.
Mai fidarsi della Sicilia che si piega ma non si spezza, come direbbe Fini, o si cala strattonata dal vento (del nord) per rialzarsi e dire la sua ancora una volta. L’Isola si rivolta, prima o poi, con coloro che la usano senza regalargli la parte dovuta.
I numeri romani valgono più di quelli arabi, concedendo a Raffaele Lombardo di rompere l’assedio, e diventare con il suo manipolo di deputati alla Camera (e qualcuno al Senato), il depositario di una breve golden share da sfruttare con diligenza e tempestività, prima che sia tardi anche per lui.
I giorni stanno scadendo. A meno di un miracolo si torna a votare per le politiche e, la Sicilia sarebbe trascinata alle urne, magari a primavera del prossimo anno (se si dovesse passare attraverso un governo di transizione). Una prospettiva che pretende scelte di campo per tutti, da Lombardo a Miccichè, alle truppe d’assalto finiane che hanno fatto della Sicilia, con Scalia, Briguglio e Granata, il loro quartiere generale.
Scalia, Granata e Briguglio: attenti a quei tre, sono loro i piromani. L’incendio iniziò in Sicilia, sotto gli occhi del Cav e l’astuto Miccichè
31 luglio 2010 - 17:12
Salvatore Parlagreco
