Stefania Brusca

(Massimo Costa) A differenza del confine amministrativo interno, quello sul Siculum Fretum (lo Stretto di Messina) era un vero e proprio confine politico, ancorché interno allo Stato romano.

 

La Sicilia fu per la prima volta nella sua storia laboratorio politico. La formula della “Provincia”, infatti, una volta brevettata per la Sicilia, sarebbe stata usata di lí a poco per la “Sardinia et Corsica” e via via per gli altri possedimenti romani, sino a diventare il modo normale per organizzare le conquiste di una formazione politica dai confini sempre piú ampi.

 

Diverso era stato per l’Italia. Questa era stata associata a Roma in una Confederazione con vincoli differenziati e complicatissimi, diversi da città a città. Con il noto Divide et impera ad alcuni municipi era stata data la piena cittadinanza romana, ad altri quella “latina” (una sorta di cittadinanza di serie B), ad altri ancora un vincolo “federale”, in pratica un’alleanza stabile come quelle che la stessa città di Roma concludeva con città e stati fuori dalla Penisola: Messina, Marsiglia, Atene, per fare solo tre famosi esempi.

 

Se già nell’antichità greca la distinzione tra Italia e Sicilia, e tra Italioti e Sicelioti, era stata netta e politica, non certo solo geografica, ma pur sempre nel quadro di una sicura comunanza culturale, in epoca romana la frattura tra Sicilia e Italia è totale: lo Stretto di Messina segnava a Sud, come il Rubicone e l’Arno a Nord, lo spartiacque tra dominatori e dominati.

 

Nel tempo queste differenze però andarono sfumando.

Dopo la guerra sociale (ai tempi di Mario e Silla) la cittadinanza romana fu estesa a tutti i Socii italici mentre la cittadinanza latina da allora in poi fu graziosa concessione per alcune città e popoli alleati.

 

Cesare, ad esempio, concesse la cittadinanza romana a tutti gli abitanti della Gallia Cisalpina (i “Padani” diremmo oggi) ma lasciò che questa provincia permanesse non integrata con l’Italia ed amministrata sempre dall’esterno. Lo stesso celebre politico e generale ai siciliani concesse solo la cittadinanza latina, forse per una minore affinità linguistica di un popolo ancora in gran parte di lingua greca.

 

Con il tempo le differenze tra cittadini italici e sudditi provinciali sfumarono del tutto e l’Impero si trasformò in uno stato potenzialmente universale, sebbene sempre diviso in “nazioni” (con termine moderno) chiamate Province. Le province erano qualcosa di diverso da quel che s’intende oggi con il termine. Erano a tutti gli effetti amministrazioni simili a quelle di uno stato e molto spesso erano nient’altro che ex-stati sottomessi: cosí l’Asia, ex regno di Pergamo, cosí l’Egitto, cosí il Ponto, cosí – come abbiamo visto – la stessa Sicilia.

 

In questo lento passaggio da “impero italiano” a “monarchia universale” l’Italia cominciò a divenire di fatto una provincia come le altre già sotto Augusto, quando la vecchia Confederazione italica e la Gallia cisalpina furono amministrativamente riunite e sottomesse all’autorità della Repubblica senatoria, ormai sotto la tutela del Principe. Però, formalmente, l’Italia restò sempre distinta dalle province che nel tempo aveva conquistato.

 

Anche in epoca tardissima, ai tempi del Corpus Juris di Giustiniano, la legge recitava “Italia non est provincia sed domina provinciarum” (da cui la “donna di province” di cui parla Dante nella sua Commedia). Cioè formalmente non era una provincia nemmeno quando, alla fine del VI secolo dopo Cristo, nella sostanza era ridotta ad un possedimento dei greci bizantini.

 

Diverso il discorso per la Sicilia.

 

La Sicilia resta provincia romana praticamente per mille anni. Le istituzioni provinciali e municipali che “trovarono” gli arabi nel IX secolo d.C. erano ancora nient’altro che i fossili rattrappiti dell’antica civiltà greco-romana ormai in rovina.

Non ci dilungheremo qui sui fatti storici che interessano questo lunghissimo periodo. Quel che ci interessa sottolineare è che la costruzione politica che i romani in parte trovarono e in parte costruirono rimase sostanzialmente immutata durante tutto questo arco di tempo.

 

Dovremmo forse evidenziare che il Pretore a un certo punto si chiamò Proconsole e poi, passando per il “Conte” del periodo Ostrogoto, si arrivò al “Patrizio” bizantino?

La “sostanza” era sempre la medesima: un governatore veniva nominato da fuori, teneva nella vecchia Siracusa la propria residenza, nessuna partecipazione politica era consentita ai siciliani, nemmeno dopo aver avuto con Caracalla la cittadinanza romana, se non all’interno delle magistrature municipali, la Sicilia aveva l’obbligo di contribuire con derrate, tributi ed armi alle esigenze dell’Impero di cui faceva parte.

La Sicilia allora era nazione fra le nazioni. Ovviamente non nel senso ottocentesco e romantico, ché sarebbe antistorico e fuori luogo. Ma nel senso in cui lo erano l’Egitto, le Gallie, la Siria, l’Acaia (Grecia), l’Africa (la Tunisia) e cosí via. Era a tutti gli effetti un “paese”, parte integrante del piú vasto Impero universale.

Le poche volte in cui il dominio fu scosso fu quasi sempre per rivolta interna e, in queste, la dimensione geopolitica propria della Sicilia non fu mai dimenticata, o forse piú semplicemente era dettata dall’abitudine e dai confini geografici naturali.

Nella I rivolta servile, ad esempio, lo schiavo Euno si proclama Re di Sicilia con il nome di Antioco, unendo in tal modo il ricordo della monarchia siriana, dalla quale provenivano molti schiavi come lui, con il confuso ricordo di un’antica monarchia siciliana ellenistica.

Nel Basso Impero, ai tempi di Diocleziano per l’esattezza, alle Province si aggiunsero sovrastrutture di coordinamento dai confini più vasti: le diocesi. La Sicilia viene assegnata come la Rezia (Svizzera) e il Norico (Austria) alla diocesi “Italia”, così come poi, molto piú tardi, analoga struttura di coordinamento per breve tempo legherà la Sicilia bizantina all’Esarcato italiano di Ravenna. Qualche storico romantico e patriottardo ha potuto cosí segnare alla fine del III secolo d.C. l’ampliamento del concetto di Italia fino a comprendere anche le maggiori isole.

Devo dire che non sono molto d’accordo.

Se cosí fosse allora anche il Marocco, d’allora in avanti, sarebbe dovuto essere considerato Spagna e la Svizzera Italia. Le “Diocesi” in realtà furono costruzioni effimere e burocratiche, come poi sarebbe stato lo stesso Esarcato bizantino. Di fatto la Sicilia dipese prima o poi direttamente dall’amministrazione centrale dell’Impero e restò sempre separata dall’amministrazione italiana.

Nemmeno la breve parentesi barbarica rappresenta una vera rottura istituzionale. I “re” romano-barbarici riconoscevano sempre l’alta autorità imperiale e la vigenza del diritto romano per i cittadini conquistati. Fu così in tutto l’Occidente e fu cosí pure in Sicilia.

Quando Odoacre depose l’ultimo imperatore romano non si proclamò “Re d’Italia” né dichiarò che l’Impero Romano era finito, come ingenuamente si lascia credere in molti manuali. Semplicemente inviò in Oriente le insegne imperiali, riconoscendo da quel momento solo l’autorità dell’Imperatore Zenone, e si considerò solo “Re degli Eruli”, come poi Teodorico lo sarebbe stato degli “Ostrogoti”.

Si deve a Odoacre il ripristino delle autorità provinciali siciliane, e la loro sottomissione alla “nuova” corte di Ravenna, ormai totalmente in mano ai barbari, dopo una breve scorribanda dei Vandali che erano riusciti a creare il caos ma non a ricostruire alle loro dipendenze un’amministrazione dell’Isola. V’è da dire, però, che durante il periodo gotico (Eruli e Ostrogoti) la sola città di Lilibeo fu tolta all’amministrazione della provincia e riunita a quella dei Vandali in Africa, come ai tempi dell’antica Cartagine.

Con l’arrivo del generale Belisario non cambia molto: anziché dipendere dall’amministrazione romana d’occidente (che ora non esiste più, nemmeno nella “variante” barbarica), la provincia di Sicilia prende a dipendere da Bisanzio, che altro non è che la nuova sede dell’amministrazione imperiale.

A parte la bislacca ed effimera idea di Costante II, nel secondo VII secolo, di fare di Siracusa la nuova capitale dell’Impero, ciò che avrebbe mutato irreversibilmente la storia dell’Isola, trasformando l’Impero greco-romano nientemeno che in un mediterraneo “Impero Siciliano”, l’unica nota di rilievo sugli ultimi secoli romano-bizantini è data dalla progressiva autonomia che assume il Thema, come ormai i greci chiamavano la Provincia: chiesa autocefala, milizia e armata provinciale propria a fianco di quella imperiale, zecca propria, e…

Imperatori propri!

Proprio così: la Sicilia dell’ultimo impero bizantino si scopre infatti sempre piú “separatista” e nomina, con bizzarre insegne imperiali che allora erano l’unica forma di potere conosciuto dai nostri avi, ben tre “Imperatori di Sicilia” che per qualche anno danno filo da torcere ai “Romei” (i Romani d’Oriente o Bizantini).

Ma la Sicilia, a differenza dei ducati italiani di Venezia o Amalfi, non ce la fa a sganciarsi da Costantinopoli: troppo grande e importante per passare inosservata, troppo piccola per vincere da sola contro l’Impero, troppo lontana da Bisanzio per costituire un reale problema per le lotte di potere nella capitale, troppo vicina per essere “abbandonata” come toccò alla remota Sardegna. Cosí sarà solo l’invasione saracena che caccerà per sempre le insegne imperiali dall’Isola.

Ma l’uscita di scena dalla storia della Provincia o Thema di Sicilia sarà sofferta, lenta, secolare, come un albero che secca, si spacca e crolla poco per volta: man mano che i Saraceni avanzano, dopo l’827, l’autorità del “patrizio” si restringe sempre più, sinché la stessa Calabria è accorpata all’amministrazione Siciliana tanto poco resta della Sicilia vera e propria.

Nell’878 cade Siracusa, e insieme ad essa cade quanto in essa sopravviveva dell’antico regno siceliota e della provincia romana: è una delle due grandi stagioni della Sicilia, prima di quella del “Regno di Sicilia”, che finisce per sempre.

Appendice sarà la caduta di Taormina nel 902 con una simmetria soprendente: a Naxos, nel 734 a.C., era cominciata, poco prima che a Siracusa, la grande storia dei Greci di Sicilia, e a Taormina, la nuova Naxos, sarebbe cessata la storia degli ultimi greci imperiali, non molto dopo che Siracusa era caduta.

Ovviamente la “Sicilia” come amministrazione provinciale continuava a vivere per qualche tempo in terra di Calabria, peraltro popolata anche da moltissimi profughi dell’isola, ma ormai la vera Sicilia era solo provincia teorica, “in partibus infidelium”, e a nulla valse la scorribanda di Giorgio Maniace nel primo XI secolo, se non a dare una fugace illusione, il fantasma di un tempo che ormai era andato per sempre.

Ma la Sicilia greco-romana, uscita per sempre dalla storia viva, avrebbe lasciato le sue tracce profonde nella storia che ancora doveva essere scritta.

La “Reconquista” della Sicilia era infatti ormai motivo di controversia internazionale e la sua natura giuridica di antica provincia romana o di antico regno sarebbe stata fondamentale per la giustificazione ideologica della sistemazione politica da dare alla stessa.