Salvatore Parlagreco

I bunker sono solidi, non sono penetrabili dall’esterno, possono essere attaccati soltanto da insider pieni di buona volontà. L’Istat, cui è stato dato il rognoso incarico, ha consegnato il dossier sulle retribuzioni dei parlamentari, avvertendo – tuttavia – che il tempo concesso per la ricerca, non era affatto sufficiente e che, quindi, i risultati potrebbero subire dei ritocchi. È un modo come un altro per mettere le mani avanti, in un contesto scivoloso. Il principio dell’aggancio degli emolumenti alla media europea è vago, nonostante quel che appare, perché attorno alle indennità di base circolano un poco ovunque ammennicoli vari, più o meno riconoscibili. Le diverse voci devono essere “giudicate” parte, o meno dello stipendio.  E chi dovrebbe farlo, l’Istat? A quel punto più che una ricerca, diventerebbe un verdetto affidato ad un “notaio”.

La media, inoltre, potrebbe essere desunta dalle principali democrazie europee o da tutti gli stati che compongono l’Unione Europea.  A seconda della scelta i risultati subiscono dei “sobbalzi”, a favore o contro le paghe dei parlamentari, così come oggi vengono assegnate.

Gettando uno sguardo sui risultati della ricerca, si percepisce un dato: l’Istat ha scoperto la carta vetrata, e cioè che i parlamentari italiani guadagno più dei francesi e dei tedeschi, molto di più degli spagnoli (appeno quattromila euro mensili circa), il 60 per cento inb più della media europea, una enormità.

 

Ma c’è la questione dei portaborse che è in controtendenza. I francesi e i tedeschi li pagano di più. E allora?

L’Istat, a questo punto, alza le mani in segno di resa. Fate vobis, insomma. La questione non sembra, però, così complicata da irretire i “contabili”: l’assistente del parlamentare è un signore, presumibilmente preparato, che prepara le carte, esegue ricerche, consiglia e suggerisce il da farsi, sulla base degli input che riceve dal suo datore di lavoro. Il suo stipendio non ha nulla a che vedere con quello del deputato o del senatore.

La facciamo semplice perché non teniamo conto della diversità italiana: la Camera ed il Senato, ma anche l’Assemblea regionale siciliana, assegnano l’emolumento dell’assistente al parlamentare e non richiedono alcun riscontro. Di conseguenza, in Italia 4000 mila euro circa vengono assegnati ai parlamentari a titolo di rimborso forfettario. Quanto effettivamente paghino l’assistente è irrilevante. Questa pratica, com’è noto, è fonte di tante polemiche e di palesi irregolarità. La vertenzialità è molto alta, gli assistenti regolarmente assunti, seppure con contratto a termine, sono una minoranza. Altrove non è affatto così.

Il criterio del rimborso forfettario viene seguito anche per i trasporti, la diaria, le spese telefoniche ecc. Accade la stessa cose per i contributi ai gruppi parlamentari ed altri benefit.

Basterebbe, dunque, abolire il rimborso forfettario e pretendere la documentazione delle spese per fare pulizia e spendere meno. Ma questo tasto non si tocca, perché potrebbe contagiare i finanziamenti occulti dei partiti che ricevono il rimborso elettorale con il sistema forfettario, sulla base dei voti ottenuti e non delle spese effettivamente fatte.

Mettere ordine nei Palazzi significa spazzare via gran parte degli sprechi. Invece si gira attorno alle indennità da tagliare sulla base della comparazione con i paesi europei. Magari si scopre che guadagnano di meno. Contenti e gabbati, insomma.