Non un piano casa, ma una sanatoria. Il disegno di legge che oggi arriva in aula all’Assemblea regionale siciliana ai sindacati non piace proprio. Dopo le critiche di ieri di Cisl e Uil, è la volta della Cgil, che presenta un pacchetto alternativo di proposte al governo regionale e ribadisce il suo no ad una norma che, secondo il sindacato, non farebbe altro che condonare costruzioni abusive e permettere l’ampliamento della cubatura del patrimonio immobiliare già esistente. Il cosiddetto “piano casa”, insomma, di case nuove non ne prevederebbe. Questo nonostante nell’Isola esista quella che la Cgil considera una vera e propria “emergenza” abitativa.
Il sindacato snocciola i dati. Alla Sicilia servirebbero non meno di 60.000 nuovi alloggi popolari su tutto il territorio regionale. La provincia con più problemi abitativi è Catania, cui necessitano 21.000 abitazioni, seguita da Palermo (12.000), e Trapani (7.700). Grave la situazione anche ad Enna, la provincia meno popolosa della Sicilia ha bisogno di 6.570 nuove abitazioni. Tutte case da destinare non solo a chi una casa non ce l’ha e ha fatto richiesta, ma anche agli studenti fuori sede, agli immigrati e agli ultrasettantenni, tutte le fasce di popolazione disagiate economicamente costrette a vivere in case fatiscenti. Magari, come accade a Palermo, in abitazioni situate in cadenti centri storici. Un quadro a tinte fosche, con un governo nazionale che, secondo la Cgil, si dimentica della Sicilia. “Il governo Berlusconi ha assegnato alla Sicilia solo 2,2 milioni di euro che basteranno a costruire solo 19 alloggi popolari”, dicono, a fronte dei 197 stanziati per tutte le venti regioni italiane. Fatti i conti è poco più dell’1 per cento. Il governo Prodi, di milioni per l’Isola, ne aveva stanziati circa 45, per la realizzazione di 425 alloggi. Solo per completare le case popolari in via di ultimazione e per recuperare quelle completate ma mai assegnate e vandalizzate, servirebbero almeno 60 milioni di euro. Inattuata anche la proposta del 2008 dell’assessorato ai Lavori pubblici per la costruzione di 20.000 alloggi per una spesa totale di 467 milioni.
“Il testo che l’Ars si appresta a discutere non dà risposte all’emergenza abitativa in Sicilia e rischia di trasformarsi in una nuova occasione di saccheggio del territorio”, dice la segretaria generale Mariella Maggio. “La definizione corrente di piano casa per il ddl del governo regionale – continua – è inappropriata e fuorviante. Rischiamo infatti – sottolinea – un provvedimento che potrebbe mettere in moto sanatorie, speculazioni e cambi di destinazione d’uso anche in barba agli strumenti urbanistici dei comuni”. La Cgil propone dunque un piano generale di investimenti con al centro la costruzione di nuovi alloggi popolari e la messa in sicurezza degli edifici pubblici e privati. Piano che dovrebbe essere articolato su diversi esercizi finanziari e sostenuto da risorse reperibili sia da fondi statali che regionali. Il sindacato dice no ad ampliamenti che non rispettino i piani urbanistici dei comuni, e dà spazio alle bioedilizia, condizione prioritaria e premiante nel contesto degli ampliamenti. Tra le proposte anche quella di costruire in sicurezza obbligando Inps, Inail e Casse edili al rilancio del Durc (Documento unico di regolarità contributiva) e la realizzazione di interventi antisismici.
Un piano che, nelle intenzioni della Cgil, “dovrebbe rimettere in moto anche il settore edile, che in Sicilia ha il fiato corto”, osserva Franco Tarantino, segretario regionale della Fillea Cgil siciliana. Nel 2009 si è registrata una diminuzione del 66% delle gare bandite, passate dalle 1225 del 2007 a 407, un calo delle ore lavorate del 22% a fronte di un aumento del 500% delle ore di cassa integrazione. Il settore ha registrato la perdita di 30 mila posti di lavoro, “ma il numero potrebbe raddoppiare”, dice il responsabile per il settore nella segreteria regionale, Antonio Riolo. La Cgil chiede anche lo sblocco di centinaia di milioni già finanziati per i cantieri delle opere “sottosoglia” (quelli con importi inferiori a 5 milioni), il recupero e la ristrutturazione dei centri storici, la riapertura dei termini alle imprese e alle cooperative finanziate col piano decennale della casa, l’incremento delle risorse regionali per le zone franche urbane, la ricognizione del patrimonio edilizio nelle cinture periferiche delle aree metropolitane, il censimento degli immobili in stato di abbandono e a pericolo crollo, con un piano straordinario per la messa a norma e in sicurezza degli edifici a partire dalle scuole e dal patrimonio pubblico. “Proponiamo anche – spiega Riolo – un uso sociale dei beni confiscati alla mafia, che potrebbero essere utilizzati come alloggio parcheggio per le situazioni di disagio sociale che segnaliamo e che attendono risposte”.
