Salvatore Parlagreco

Sapete che cosa è il galleggiamento? No, credete di saperlo perché vi vengono in mente espressioni che vi fanno sorridere ma non hanno nulla a che vedere con il galleggiamento. Ebbene, il galleggiamento è un sistema di retribuzione inventato negli anni ottanta dagli alti burocrati della Regione siciliana, mediante il quale i compensi stipendiali e pensionistici lievitavano automaticamente verso l’alto. Fu una pacchia, ma durò poco. A quel tempo i vertici della Regione potevano contare su ben altro, i collaudi delle opere pubbliche sui quali si percepiva una buona percentuale e grazie ai quali si allacciavano “buone relazioni”.

 

Ebbene, il galleggiamento è finito alla Regione ma c’è sempre stato, e continua ad esserci, all’Assemblea regionale siciliana. Perché non se n’è mai parlato? I provvedimenti regionali devono seguire  l’iter legislativo previsto dal regolamento interno dell’Ars: arrivano alla Presidenza dell’Assemblea, sono discussi in Commissione e giungono in Aula, dove vengono, ancora una volta, esaminati e votati. E quando l’iter è concluso c’è il commissario dello Stato che può dire la sua. Governo ed assessori, applicando il provvedimento, sono infine sottoposti ai controlli della Corte dei Conti. 

 

Nonostante il percorso sia complicato le cose storte nascono ugualmente.  Coloro che rappresentano le istituzioni sbagliano, ma – e questo è importante –  non possono tenere nascosti i loro errori.  Impossibile che  il provvedimento passi inosservato, a meno che non ci sia un interesse unanime – maggioranza ed opposizione –  che ciò avvenga. Ed in effetti capita, ma  quando capita non dovete solo prendervela con il governo del tempo, che è il maggiore responsabile (se ha promosso il ddl), dovete misurare le responsabilità  delle parti politiche e pretendere conto e ragione  da chi si è “distratto” o ha deciso di distrarsi.

 

I provvedimenti che l’Assemblea regionale siciliana assume per regolamentare stipendi, vitalizi, indennità, bonus e quant’altro, invece non seguono questo iter. Il consiglio di presidenza, che è l’organo amministrativo del Parlamento siciliano, decide ciò che vuole e non ha alcun obbligo di farlo sapere a nessuno. E questa è una miscela esplosiva.  Interna corporis, arcana imperii e roba di questo genere. Medio Evo. Il potere distribuisce prebende a se stesso e agli altri senza doverne dare conto ad alcuno.

 

Il galleggiamento è strutturale nel Parlamento regionale. Dirigenti, quadri intermedi, assistenti proseguono la loro “carriera” retributiva  anche da pensionati.  Galleggiano, appunto. La chiamano, fra le quattro mura, formula oro o qualcosa di simile. Consiste nell’automatismo “compensativo”: quando aumenta lo stipendio dei dipendenti, aumenta in egual misura il vitalizio dei pensionati. Non è tutto, il meccanismo è raffinato: gli aumenti sono percentuali, quindi i dirigenti  che vanno in pensione dal Parlamento regionale incrementano il loro reddito secondo parametri di gran lunga superiori a quelli degli assistenti, quadri intermedi e così via.

 

Quando leggete sui giornali cifre sugli emolumenti e le pensioni dei dirigenti dell’Ars, fate finta di niente. Chi scrive potrebbe essere perfino in buona fede, ma le cose non stanno così come vi viene riferito. Dall’Assemblea non è mai uscita una notizia “ufficiale” su come stanno le cose. E quando scriviamo “ufficiale”, intendiamo, una notizia offerta da organi rappresentativi attraverso documentazione idonea o una nota formale. Niente di niente.

 

Chi offre informazioni sulle retribuzioni del Parlamento regionale si assume delle responsabilità: perché propaga informazioni sprovviste di fondamento e lascia credere che le informazioni vengano date anche se agli “amici”.  Oltre che una consuetudine a negare le informazioni, ci sono difficoltà oggettive: il galleggiamento richiede un costante aggiornamento dell’informazione, perché le retribuzioni subiscono costantemente modificazioni.

 

Sono state rese note da un quotidiano le pensioni  dei segretari generali dell’Assemblea e, in un solo caso, la liquidazione di un segretario generale (un milione e settecento mila euro circa), grazie allo sfogo del Presidente dell’Ars pro tempre che dichiara di essersi sentito uno scimunito nel firmare il decreto di liquidazione con una montagna di soldi. Ma chi è uscito con un  trattamento pensionistico di 400 milioni annui sei anni or sono, per esempio, ha migliorato il bottino in modo assai significativo grazie al sistema “percentuale”.

 

Gli incrementi percentuali sono uguali per tutti e danno, quindi, una parvenza di equanimità, ma non c’è niente di più iniquo e malandrino perché la disparità di trattamento è abissale. Se è accettabile, infatti, che fra le diverse categorie esistano dei parametri differenziati, non è tollerabile che questi parametri aprano una forbice sempre più ampia  fino a radicare nello stesso ambiente di lavoro  una autentica giungla retributiva.

 

In considerazione delle gravi disparità, avrebbero dovuto manifestarsi  dissensi al fine di ottenere trattamenti equanimi, invece non c’è mai stato alcuno che abbia avuto alcunché da obiettare. Un mistero, ma solo in apparenza. Il parametro, che permette l’iniquità, è unanimemente accettato: aggancia il trattamento stipendiale e pensionistico dell’Ars alle retribuzioni del Senato della Repubblica. Chi sta peggio, tiene in gran conto che “fuori” è di gran lunga peggio. Accetta l’iniquità.

 

Nel Parlamento regionale le indennità vengono distribuite attraverso regole e deroghe.  E le deroghe sono più utilizzate delle regole. Si deroga a tutto, anche al parametro, quando conviene. Se così non fosse, il consiglio di presidenza non potrebbe decidere di assegnare – come ha fatto – indennità stratosferiche ad uno dei suoi dirigenti per il fatto che è il capo di gabinetto del Presidente dell’Assemblea.

 

Perché mai tutto questo non desta alcuna sorpresa e quando un dirigente regionale (e non dell’Assemblea) grazie a una drittata regolamentare ottiene una pensione d’oro, succede la fine del mondo e arriva in prima pagina?

 

Se alcuni alti dirigenti della Regione vanno a casa con pensioni d’oro (quindici o venti su circa trentamila dipendenti) la notizia viene percepita come uno scandalo, mentre il galleggiamento dei dirigenti del Parlamento regionale (cinquanta su 300) non fa notizia.  

 

Il caso Crosta ha tenuto banco nei giorni scorsi.  

 

All’ex dirigente dell’Agenzia per le acque e i rifiuti della Regione, Felice Crosta, è stata riconosciuta una indennità previdenziale di circa 500 mila euro lordi all’anno, 1.369 euro al giorno grazie ad una sentenza della Corte dei Conti, che ha accolto un ricorso. Crosta è l’ultimo della lista di alti burocrati regionali andato in pensione con più di 200 mila euro di liquidazione. Stupore, rammarico, indignazione,“mala Regione”, giudizi severi.

 

Ma le pensioni dei dirigenti regionali mediamente sono di gran lunga inferiori di quelle percepite dai dirigenti dell’Assemblea regionale siciliana. I vertici del Parlamento regionale che andranno in pensione nei prossimi anni, supereranno di gran lunga la “scandalosa” liquidazione di Felice Crosta. Di sicuro, non ci sarà dirigente che andrà in pensione con una somma inferiore a quella assegnata al dottor Crosta.

 

Da un anno chiediamo informazioni elementari sulle retribuzioni e i vitalizi all’Assemblea regionale siciliana. Abbiamo anche un timer che segna il tempo d’attesa trascorso, 310 giorni. Abbiamo anche inoltrato richieste formali con tanto di raccomandata e ricevuta di ritorno. Risultato? Nessuno.

 

Una battaglia solitaria.

 

Per questa ragione assistere alla sagra dell’indignazione ci provoca sconcerto. Dove campano gli indignati, in un altro pianeta?

 

Gli organi non sottoposti ad alcun controllo (come il Consiglio di presidenza dell’Ars) dovrebbero essere obbligati ad informare ancor più che la pubblica amministrazione. Un dovere ineludibile, perché se si decide quel che si vuole e non si fa sapere a nessuno ciò che si è deciso gli eccessi, le malandrinate, i soprusi sono possibili e le tentazioni incontrollabili.

 

Se se le regole non avessero deroghe e fosse sancito l’obbligo di far sapere, invece che mantenere la consuetudine della riservatezza,  prevarrebbe, forse, maggiore sobrietà e ne trarrebbe vantaggio l’immagine delle istituzioni e di coloro che le rappresentano.