Stavolta ha fato sul serio. La scissione siciliana potrebbe influenzare anche altre aree del Paese. Gianfranco Miccichè non lo esclude affatto, anzi lo suggerisce ai giornalisti nel corso della conferenza stampa svoltasi a Palazzo dei Normanni (affollatissima) per annunciare la nascita del Pdl Sicilia. Del resto il contagio può trasformare il Pdl in un partito federato, che Renato Schifani – lo ha dichiarato poche ore fa – vede come fumo negli occhi.
Possibile che l’one man party subisca una metamorfosi che ne faccia il primo schieramento politico a geometria variabile, con robuste basi territoriali e una forte autonomia regionale? Improbabile, ma possibile, a giudicare dalle intenzioni dei promotori del laboratorio siciliano.
Le ragioni di questo terremoto stanno nel rilancio della questione meridionale che può avvenire solo se si concede autonomia al territorio, nella nascita di una vera democrazia interna, oggi inesistente, nella presa d’atto che le anomalie politiche, come quella siciliana, devono obbligare il gruppo dirigente a mettersi alle spalle il passato.
La costituzione del gruppo parlamentare autonomo nel Parlamento regionale è solo il primo passo, hanno avvertito i promotori della scissione con una nota ufficiale. Verrà promossa infatti la costituzione in tutti gli enti locali siciliani di gruppi consiliari Pdl Sicilia.
L’anomalia siciliana, tuttavia, non è solo segnalata dal gruppo assembleare autonomo, ma dall’ottica con la quale gli scissionisti si pongono nei confronti del leader del Pdl, Silvio Berlusconi.
Gianfranco Miccichè è convinto che il Premier non sia affatto turbato da ciò che è avvenuto in Sicilia e cita una dichiarazione, recente, di Bonaiuti, il quale si è detto sicuro che la questione siciliana sarà affrontata entro breve e verrà superata senza danni. E’ la prova, crede Miccichè, che a Roma non ci siano i livori e le incoprensioni che si registrano in Sicilia. La provocazione siciliana, secondo Miccichè, verrà accolta da Berlusconi, “ha a cuore più il Pdl Sicilia che il Pdl”.
Quale approdo, dunque? Fini e Berlusconi, suggerisce Miccichè, dovrebbero mettersi in mano la situazione siciliana, che è aberrante. I dirigenti siciliani impediscono al governo di governare. “Un comportameno disonesto”, tuona il sottosegretario.
Se le cose vanno come Miccichè prevede, si avrebbe la prova che si può non condividere un partito, promuovere una scissione, e rimanervi dentro. O criticare aspramente il partito, affermando che “non esiste”, ed il governo, “nelle mani della Lega” ed insieme stare dalla parte di Silvio Berlusconi, leader del partito e capo del governo. Una specie di Guiness, tutto siciliano, perché il capintesta della rivolta incarna due ruoli, quello di fidatissimo amico di Silvio Berlusconi e di dissidente numero uno, per giunta scissionista.
