Domenico Giardina

Da ieri sono partiti in pompa magna, su input del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, i tanto chiacchierati test antidroga volontari destinati ai parlamentari. Una misura atta a verificare la presenza, più o meno diffusa, di stupefacenti tra i deputati e i senatori. Da lunedì 9 a venerdì 13 ogni parlamentare può sottoporsi al test. In particolare il test mira a rilevare la presenza di tracce di cocaina, eroina, amfetamine e cannabinoidi nelle urine e nei capelli. Il tutto nell’anonimato più totale, in maniera da evitare in ogni modo l’identificazione di chi si sottopone al controllo.

 

Nel primo giorno di test sono stati 28 i parlamentari a sottoporsi all’esperimento. La prima è stata Luciana Pedoto del Partito democratico, seguita a stretto giro di posta, tra gli altri, dal leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. Naturalmente, come ha sottolineato lo stesso Casini, questo rimane più un fatto simbolico che statistico. Il motivo è subito spiegato. Un test volontario, di cui i parlamentari erano a conoscenza, perde di valore intrinseco. E’ ovvio, infatti, che chi decide di sottoporsi al test pur facendo, in via ipotetica, uso di droghe smette di assumerne nei giorni precedenti.

 

Da un punto di vista strettamente scientifico e diagnostico, infatti, la permanenza di tracce di cocaina nelle urine varia dai 2 ai 4 giorni. Lo stesso vale per l’eroina e le amfetamine, mentre i tempi si allungano per la marijuana (da 15 a 30 giorni). Per quanto riguarda i capelli il discorso è più complesso perché questi ultimi tendono a “trattenere” più delle urine le tracce dell’uso di stupefacenti. Con il test del capello si può risalire fino a diversi mesi prima. Ma è un “ostacolo” che si può facilmente aggirare. Basta tagliarsi i capelli prima di andare a fare il test ed ecco che le prove vengono irrimediabilmente inquinate. Inoltre il capello può essere fuorviante. Infatti basta rimanere in un luogo frequentato da gente che fuma della marijuana ed ecco che il capello di una persona che non beve nemmeno il caffè diventa il capello di un drogato.

 

A questo punto una domanda sorge spontanea: ha davvero senso un test volontario in cui il diretto interessato viene a conoscenza del controllo diversi giorni prima? Realizzato così sembra una classica operazione di propaganda, inutile sul piano pratico. Molto più efficace sarebbe un test a sorpresa, magari reso obbligatorio da una legge approvata in Parlamento. Tutto molto difficile, se non impossibile. Basti pensare alla collettiva alzata di scudi quando furono “Le Iene” a effettuare un controllo a sorpresa per 50 parlamentari, scoprendo che uno su tre faceva uso di stupefacenti. L’episodio incriminato non andò mai in onda e la trasmissione di Italia 1 ne fece le spese anche a livello penale. Allora a che serve questo test volontario? Ad alimentare ancora di più la cultura del sospetto verso chi non decide spontaneamente di farlo? A dimostrare che il Parlamento italiano in realtà è “pulito”, al di là di ogni maldicenza popolare? Chi scrive non sa darsi una risposta mentre riesce ad essere abbastanza convinto sull’inutilità di un test così strutturato.