Salvatore Parlagreco

C’è grande imbarazzo nel centrodestra siciliano dopo lo “sfogo” di Marcello Dell’Utri. Invece che la sentenza, sette anni comminati in appello per concorso esterno in associazione mafiosa, sono le esternazioni del senatore, cofondatore di Forza Italia e braccio destro di Silvio Berlusconi, a creare polemiche e malumori.

Le reazioni più risentite si sono registrate nell’area ex AN, fra i giovani, che non hanno affatto “digerito” il bis concesso da Dell’Utri a Vittorio Mangano, lo stalliere mafioso di Arcore, che Dell’Utri ha definito, ancora una volta, un eroe perché non si sarebbe piegato alla volontà dei magistrati che pur di incastrarlo gli avrebbero offerto la libertà. Parole come pietre piombate alla vigilia dell’anniversario della strage di Via D’Amelio, dove persero la vita, in un attentato, Paolo Borsellino e la sua scorta.

Il 19 luglio, come ogni anno, i ragazzi della destra ricordano Paolo Borsellino con una fiaccolata. Lo fanno con devozione e con rispetto. Quel nome gli regala senso di appartenenza e identità. Non vogliono e non possono rinunciarvi, come hanno ribadito alcuni di loro.

La rabbiosa reazione di alcuni di loro che hanno criticato aspramente Dell’Utri ricordandogli che i mafiosi non sono eroi. “Il nostro eroe è Paolo Borsellino non Mangano”, hanno detto.

Non si tratta di un colpo di coda finiano in Sicilia, la regione in cui la guerriglia politica del Presidente della Camera ha assunto connotazioni assai peculiari con la scissione del gruppo parlamentare dell’Assemblea regionale siciliana. Il giudizio su Dell’Utri pesa proprio all’interno del Pdl Sicilia, non altrove. Marcello Dell’Utri, infatti, è il talent scout di Gianfranco Miccichè, il suo uomo di riferimento “culturale”, l’anello di congiunzione fra lui e Silvio Berlusconi, secondo alcuni addirittura l’ispiratore dietro le quinte della scissione siciliana. Illazioni, naturalmente, che però testimoniano il radicamento di una convinzione, che Miccichè non faccia nulla senza essersi consultato con Dell’Utri. La qualcosa non è per niente vera, o lo è entro limiti molto contenuti, perché Miccichè non è assolutamente capace di contenersi. Le sue esternazioni e le sue decisioni sono talvolta così estemporanee e disinvolte da escludere alcuna consultazione.

Resta il fatto che Dell’Utri e Miccichè sono molto uniti. Ed è questa la ragione dell’imbarazzo nel Pdl Sicilia dopo il severo rimprovero dei giovani. Fabio Granata, uno dei portavoce più ascoltati del Presidente della Camera, siciliano come Dell’Utri e Miccichè, è uscito dal coro delle solidarietà verso Dell’Utri, ricordando pubblicamente che “non c’è niente da festeggiare” dopo una condanna a sette anni di reclusione.

Invece nel fronte “lealista” si trae un sosèiro di sollievo perché sul capo del senatore pendeva anche l’accusa di avere trescato con i bossi alla vigilia della nascita di Forza Italia, assicurando loro, addirittura, una stagione di sostanziale impunità, più o meno stando alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. Il pericolo che Dell’Utri fosse coinvolto nelle stragi mafiose del ‘92 e ‘93 era così forte da fare vivere con grande inquietudine le ore che hanno preceduto la sentenza. Sicché, quando è stata resa nota, l’accento è stato posto sul fatto che i giudici non avessero tenuto conto delle accuse di Spatuzza, “salvando” la nascita di Forza Italia.

I giornali ed i giornalisti vicini al centrodestra hanno infatti riferito dell’assoluzione di Dell’Utri, piuttosto che sulla condanna a sette anni. Ma la sentenza è una sola, ed è quella che conosciamo, di condanna, sulla quale non ha avuto alcun peso la rivelazione dei collaboratori di giustizia come Spatuzza. Legittimo il compiacimento per lo scampato pericolo da parte dei dirigenti del Pdl, eredi di Forza Italia, meno legittimo – sul piano politico – a sentire le frange giovanili ex AN il compiacimento, ribadito, di Dell’Utri sul comportamento di Vittorio Mangano, immolatosi sull’altare della giustizia.

Che le reazioni sarebbero state severe, indubbiamente era prevedibile anche per lo stesso Dell’Utri, e questo ha aperto il varco a supposizioni di varia natura, non ultima, quella di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, che spiega l’onore attribuito a Mangano con la necessità di lanciare un  messaggio a quanti, come Mangano, hanno preferito tacere subendone le conseguenze. Un sospetto maligno, ma comprensibile in un contesto come quello attuale, che richiederebbe grande sobrietà e diligenza ad evitare proprio interpretazioni come quella di Ciancimino.

Dell’Utri credeva forse di avere abituato l’opinione pubblica al suo linguaggio spartano e, sotto certi aspetti, trasgressivo. Ha detto più volte che avrebbe fatto a meno di stare in politica se non fosse per i suoi problemi giudiziari. Stare in Parlamento gli serve per scampare ai rigori della legge. O meglio, alla volontà persecutoria dei magistrati. Parlare fuori dai denti e dire pane al pane può essere liberatorio per chi ha voglia di outing e di gettare in faccia al nemico la sua forza d’animo, ma gli effetti possono essere deleteri. Non è certo un messaggio edificante sentire che un personaggio pubblico ha scelto di fare il senatore per evitare di sottoporsi ai giudizi dei tribunali e che l’omertà è un valore da preservare.

A meno che non abbia ragione lui, Dell’Utri, che le toghe non hanno altro scopo che quello di assicurarlo alle patrie galere, gettando lo scompiglio nel campo dell’odiato nemico, il Pdl di Silvio Berlusconi. Una ipotesi alla quale un pezzo del Pdl, quello che si rifà ad AN in Sicilia, non crede perché Paolo Borsellino è la bandiera della destra e le carte sullo stalliere di Arcore rimasero a lungo nelle mani di Borsellino.