Alessio Ferlazzo

Un "golpe" pensato per accelerare la fine della prima Repubblica, garantito da un "colossale depistaggio". Che la strage di via D’Amelio fosse frutto di una convergenza di interessi politico-mafiosi è ormai analisi condivisa: dalla politica, ma anche dalla magistratura, che sulla stagione che insanguinò la Sicilia è tornata a indagare. Barlumi di verità di cui, nel giorno dell’anniversario dell’eccidio di Paolo Borsellino e della sua scorta, parlano pm e parlamentari. E sui quali il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, chiede di fare "piena luce". In un messaggio il Presidente della Repubblica ha lanciato un appello affinché "i risultati conseguiti grazie all’impegno di magistrati e forze dell’ordine" siano "integrati da uno sforzo costante e coerente della società civile", così come "indispensabile è il convinto e forte sostegno alle nuove indagini in corso sulla terribile stagione delle stragi". A Palermo, alla fiaccolata per commemorare Borsellino, oggi c’era il presidente della Camera. Il popolo delle "Agende rosse" lo ha accolto con un secco "No a Schifani, sì, invece a Fini". Quest’ultimo, rispondendo alla domanda di uno dei manifestanti, ha sottolineato che "Mangano (il mafioso, ex stalliere di Arcore, ndr) non è un eroe, ma un cittadino condannato per mafia". Ed è a questo punto che scatta l’applauso per il presidente della Camera che poco dopo ribadisce: "in via D’Amelio non fu solo mafia". Gli inquietanti scenari della trattativa tra Stato e Cosa nostra, i sospetti, ormai più che concreti, di una responsabilità di pezzi delle istituzioni nella morte del magistrato e l’esigenza che presto si arrivi alla verità hanno accompagnato la giornata dedicata alla memoria. Che anche quest’anno non è stata priva di polemiche, con l’ormai consueta conta di presenti e assenti a cerimonie e manifestazioni. E’ vero, gli anni in cui i palermitani scendevano in strada spontaneamente, gli anni dei lenzuoli appesi, delle piazze piene sembrano un ricordo lontano. Alle 8, col sole già alto, via D’Amelio, sventrata 18 anni fa da un’autobomba, è quasi deserta. Dieci persone che diventano un centinaio con l’arrivo dei ragazzini delle scuole. Nessun politico, nessun uomo del Governo. Il premier Berlusconi affida a una lettera il suo ricordo del giudice; mentre il ministro della Giustizia Alfano fa celebrare una messa in via Arenula. Va meglio nel pomeriggio. Al corteo che, al coro di "Resistenza", unisce due luoghi della memoria, via D’Amelio e l’albero Falcone, partecipano circa alcune centinaia di persone e i deputati Beppe Lumia e Fabio Granata. "I rappresentanti delle istituzioni si vanno a chiudere in caserma perché hanno paura delle contestazioni, ma é qui che sono morte sei persone", commenta, amara, Rita Borsellino, sorella del magistrato. Dall’altra parte della città, nell’ufficialità della caserma Lungaro, il presidente del Senato Renato Schifani, una delegazione della commissione Antimafia, guidata dal presidente Beppe Pisanu, e il capo della Dna Piero Grasso depongono corone di fiori in ricordo delle vittime. Il riferimento alla verità negata su via D’Amelio e sulla stagione terroristico-mafiosa culminata negli attentati a Roma, Firenze e Milano del ’93 e’ inevitabile. E se Grasso ribadisce che "é ormai un dato certo che quella di via D’Amelio, non fu solo strage di mafia"; Fabio Granata, deputato del Pdl, componente dell’Antimafia, va oltre e fa sue le parole del procuratore aggiunto di Caltanissetta Nico Gozzo. "Il 19 luglio del 1992 – dice – ci fu un vero e proprio golpe che aveva l’obiettivo di accelerare la fine della prima Repubblica". Un’opinione condivisa dal parlamentare del Pd Walter Veltroni, che parla di "strage dell’antistato e di convergenza di interessi tra Cosa nostra e pezzi delle istituzioni", e dal leader di Idv Antonio Di Pietro. Preferisce non utilizzare il termine "golpe", invece, Pisanu, che punta però il dito contro "i troppi silenzi e le parole dette per confondere e ostacolare la ricerca della verità". In serata il popolo delle "agende rosse" torna a "presidiare" via D’Amelio per impedire l’arrivo, peraltro non previsto, del presidente del Senato Schifani, e salutare con un applauso le parole di Fini su Mangano, dopo un accenno iniziale di contestazione. Una accoglienza soft rispetto a quella riservata invece a Milano – dove si è intitolato un giardino al magistrato ucciso – al ministro della Difesa Ignazio La Russa e al sindaco Letizia Moratti. La giornata del ricordo (e delle polemiche) termina in serata. Con la consueta fiaccolata di Azione Giovani. In prima fila, accanto a Gianfranco Fini, il ministro delle Politiche giovanili Giorgia Meloni, il capogruppo al Senato del Pdl Maurizio Gasparri e il figlio di Paolo Borsellino, Manfredi, che tiene per mano il nipote del magistrato che porta il suo stesso nome. Un corteo con tanti giovani che indossano la maglietta con la scritta "Meglio un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino".