Non lo sapevamo, ma c’era. O meglio si sta irrobustendo e comincia a muovere i primi passi il governo parallelo. Lavora giorno e notte contro Silvio Berlusconi per stanarlo, metterlo ai margini, sostituirlo alla prima occasione, o in ogni caso non consentirgli di fare quello che deve, cioè governare. A tenerlo in piedi due insospettabili, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il Presidente della Camera, Gianfranco Fini; un comunista del quale bisogna diffidare per le sue origini culturali (i comunisti non cambiano mai pelle) e l’altro, un uomo di destra che dice cose di sinistra, ormai un infliltrato, del quale si deve diffidare per il motivo opposto, ha subito una autentica metamorfosi.
A paventare la presenza del governo parallelo – anzi ad essere certo della sua esistenza – è la seconda firma del Giornale, il quotidiano di casa Berlusconi, Alessandro Sallusti. E ciò spiega perché, stavolta, non si legge di eversori, golpisti, trame e intrighi ai danni del Premier.
Il governo parallelo è una specie di compriomesso fra il golpismo e il nulla. Siccome sul primo sono state sparate tutte le carticce ed a forza di gridare al golpe non ci crede più nessuno, il governo parallelo, rappresenta in modo concreto quel che bolle in pentola: il ritorno del comunista e la mano pesante di un traditore, l’uomo di destra che parla di cose di sinistra.
Quali elementi hanno convinto il Giornale della famiglia Berlusconi a scoprire la presenza di un governo parallelo? Presto detto: il Ministro delle politiche comunitarie, Ronchi, profittando del favore delle tenebre, ha sottratto un emendamento ad un decreto che avrebbe liberato Silvio berlusconi dalla morsa delle toghe rosse.
Si tratta di un decreto all’esame del Senato, l’emendamento sparito “avrebbe reso il Cavaliere meno esposto agli umlori della magistratura”. Quanto a Napolitano, con il favore di Gianfranco Fini, pretende di conoscere in anticipo disegni di legge che sono all’esame delle Camere e partono dal governo. Un diktat della strana coppia – il comunista e il destrorso – accomunati dal patto anti-Berlusconi. La scusa è semplice: evitare la bocciatura “postuma” di articoli di legge non graditi al Colle e al Presidente della Camera.
Silvio Berlusconi, fa notare Sallusti, non è un fessacchiotto; si è accorto delle trame ai suoi anni ed ha cercato di farlo sapere a chi di dovere che queste cose non gli piacciono affatto e che andando avanti così ci sono buone probabilità che si vada a sbattere e che sia costretto a prendere iniziative drastiche. Ha anche tentato di trattare per chiudere la partita. Il bastone e la carota, insomma: un poco “ragazzini lasciatemi lavorare" e un poco: “fate i buoni perché mi posso incazzare”. Ma pare che non sia servito a niente, “l’alleato infido” va per la sua strada e il comunista resta comunista.
