È stata liquidata con qualche battuta, un sorriso o una scrollata di spalle la decisione del sindaco di Palermo, Diego Cammarata, di rinunciare alla candidatura della sua città alle Olimpiadi del 2020.
E invece avrebbe meritato attenzione, analisi. Bisognava prendere sul serio il sindaco, chiedergli spiegazioni, chiedergli quali ragioni lo abbiano convinto a esprimere il suo diniego ad ospitare una manifestazione che avrebbe potuto regalare alla sua città straordinarie opportunità, risorse importanti, strutture logistiche e sportive eccellenti e fare compiere alla Sicilia un autentico balzo in avanti.
È evidente che si trattava di acquistare un biglietto della lotteria e sperare che uscisse, ma questo non conta, semmai rende ancora più grave la scelta del primo cittadino, che a sette anni di distanza dall’evento, dichiara che è meglio non partecipare perché si rischia una figuraccia. Evidentemente Palermo correrebbe questo pericolo nel caso in cui gli venissero assegnate le Olimpiadi; in caso contrario la figuraccia non la rischia affatto.
Davvero incomprensibile: nel caso che una città italiana – qualunque essa sia – ospiti le Olimpiadi, il problema non l’affronta la città designata ma il governo nazionale, com’è sempre avvenuto. La candidatura di Venezia non è meno a rischio di figuraccia di Palermo. Lo sanno pure i lattanti che le Olimpiadi non verrebbero ospitate a Venezia ma nel veneto e che i problemi di ricezione, linguistici e strutture sportive, sono gravosi quanto a Palermo e in Sicilia, con la differenza che Venezia – la città di Venezia – non può ospitare un bel nulla. Da anni cerca disperatamente di selezionare il turismo e lamenta un eccesso di predenze, dannose per la città, e poco remunerative. Insomma Venezia non ha niente a che vedere con le Olimpiadi.
Eppure il sindaco ha manifestato il suo consenso e nessuno, proprio nessuno, ha espresso perplessità. Quando il presidente della Regione siciliana, Lombardo, e l’assessore al Turismo, Strano, hanno riferito di volere candidare Palermo, si è ironizzato, usato un pesante sarcasmo, sono arrivate le battute e lo scherno. Il sindaco di Palermo, invece che difendere la sua città, senza perciò farsi paladino di una impresa impossibile o quasi, ha finito con il dare ragione ai denigratori per principio.
Sappiamo bene che la Sicilia si porta appresso la cattiva fama della sua classe dirigente, ma abbiamo la convinzione che di fronte ad eventi importanti, i siciliani possano dare il meglio di sé, come succede quando “ci provano” in ogni parte del mondo, liberi dai lacci del loro contesto. Le Olimpiadi avrebbero preteso una mobilitazione, giusto com’è accaduto in altre grandi città in cui ci sono state manifestazioni internazionali.
La resa del sindaco affonda le radici nella conflittualità politica e, forse, nella necessità di non disturbare i manovratori, che operano a favore di Roma e Venezia, altrimenti non si spiegherebbe il suo atteggiamento così remissivo e per certi versi incomprensibile. Non è mai accaduto che una prospettiva di questa portata sia rifiutata “a priori” dal primo cittadino. L’episodio misura il grado di inciviltà politica della Regione siciliana, il livello di conflittualità raggiunto, l’assenza di responsabilità istituzionale. Sono prevalsi atteggiamenti corrivi e, ancor di più, un’inadeguatezza esasperata dei rappresentanti delle istituzioni.
La Regione ed il Comune avrebbero dovuto trovare il modo di sedere attorno ad un tavolo e ragionare sopra la questione, ed insieme verificare quali concrete possibilità avesse la Sicilia di partecipare alla partita delle candidature. Uscire dalla “gara”, ha dato una insperata mano a coloro hanno reagito con spocchia, arroganza e poca eleganza alla candidatura siciliana. Il sindaco che si preoccupa della figuraccia che una candidatura alle Olimpiadi avrebbe potuto far correre alla città, avrebbe dovuto mostrare altrettanta sensibilità – ammesso che di ciò si tratta – negli innumerevoli episodi che hanno visto la municipalità di Palermo protagonista negativa.
A fare l’inventario delle figuracce si impiegherebbero settimane. Palermo è diventata la capitale del malgoverno. Il Sindaco arrossisce per le improbabili Olimpiadi ma non arrossisce quando legge che la sua città è considerata dalle società di monitoraggio, in coda ad ogni graduatoria dei servizi e della qualità della vita.
