(Antonio La Spina) Con riferimento all’intervista pubblicata su SiciliaInformazioni e ItaliaInformazioni sul minimo vitale il giorno di Santa Rosalia, nonché ad alcuni dei commenti che ha suscitato, faccio qualche nota a margine. L’intervista telefonica è durata 20/25 minuti. Il giornalista ovviamente l’ha sintetizzata, peraltro molto bene. C’è, comunque, un’imprecisione. In Italia il minimo vitale è stato proposto nel 1997 dalla Commissione Onofri, nominata dal primo Governo Prodi e composta di alcuni dei massimi esperti della materia (professori, effettivamente, giacché nessuno è perfetto). In quel momento il Pd ancora non c’era. La proposta era a costo zero, appunto a condizione di reperire le risorse abolendo gli assegni familiari e intervenendo sulla previdenza, per allungare l’età pensionabile. Si trattava di togliere qualcosa a chi era più garantito per darla a chi era meno garantito o non era garantito affatto (cioè i meno abbienti e le giovani generazioni). Proprio la necessità di incidere sulle pensioni causò l’opposizione di Rc, che fu decisiva.
Il rapporto della Commissione Onofri fu messo nel cassetto, e lì rimase. Adesso sull’onda della crisi l’età pensionabile la allunga Tremonti, con la finanziaria che va avanti a colpi di fiducia, senza che i non garantiti ottengano alcunché in contraccambio. I medesimi non garantiti, se fossero bene informati, oggi avrebbero qualcuno da ringraziare per aver stoppato il minimo vitale nel 1997.
In effetti il PD ha poi molto parlato (o meglio riparlato) di minimo vitale, assai più di recente, mentre era all’opposizione (si vedano i giornali intorno a fine febbraio/inizio marzo del 2009), cosa che risulta ovviamente più facile rispetto a quando si sta al governo. Sono stati fatti anche dei tentativi concreti a livello regionale (in Lazio o in Campania, ad esempio) da giunte di centro-sinistra, che vedevano al loro interno anche rappresentanti della sinistra “antagonista”. Alcuni dei commentatori, quindi, dovrebbero informarsi un po’. La proposta del minimo vitale non è “rivoluzionaria”, almeno in una certa accezione del termine. Di norma viene etichettata come riformista.
Volendo rimarcare la contrapposizione tra i “rivoluzionari” e i riformisti, potrei dire, tra le tante cose che mi vengono in mente, che un “rivoluzionario” è qualcuno che ha delle idee, e per quelle idee è pronto ad ammazzare qualcun altro; mentre un riformista (vero) è uno che ha delle idee, e per quelle idee talvolta corre il rischio di farsi ammazzare. Senza voler scomodare figure quali Gandhi o Martin Luther King, resto a casa nostra e molto più aderente al nostro tema: pensiamo a Bachelet, Tarantelli, D’Antona, Biagi (o a Ichino, che si è scoperto essere un bersaglio prescelto). Quando ieri ho letto i primi quattro commenti (ovviamente anonimi e in un paio di casi veramente garbati, documentati, intelligenti) avevo già in testa la frase che ho appena finito di scrivere.
Ma vedo che qualcuno (ovviamente anonimo) è stato più lesto di me nel menzionare (solo) Biagi. Anzi, mi ha lanciato, con tanto affetto, l’avvertimento di “ricordare … cosa è successo al Prof. Biagi”. Addirittura! Si arriva a queste cose (un po’ gravi e allarmanti, per la verità) per un’intervistina? Mi si dà decisamente troppa importanza. Ma un esito del genere era già prennunciato dalla violenza verbale del commento, ovviamente anomimo, delle 18,48 del 15/7.
Un esempio in effetti abbastanza rappresentativo di come è degradata la “comunicazione” sul web, tra farneticazioni, mistificazioni, volgarità, ignoranza. In poche righe l’anonimo è riuscito a mettere insieme Keynes, Dachau, insulti, allusioni (“ipocriti e servitor cortesi”), contumelie al sottoscritto e al suo “curriculum di potere universitario”, uccelli, atti sessuali non convenzionali, trash alla Grande fratello, Isola dei famosi o trasmissioni del genere. Un degno figlio del suo tempo, non c’è che dire. La cosa più grottesca è però che io sarei un tipo che sta in silenzio. Su ciò lascio giudicare a chi mi legge, e magari anche a chi mi conosce.
Ma torniamo a temi più seri. In un altro senso del termine la proposta che ho tratteggiato è rivoluzionaria, senza virgolette. Nel senso che cambierebbe in modo radicale la struttura di potere da cui dipende il sottosviluppo nel nostro disgraziato Mezzogiorno. Cioè il rapporto perverso tra chi ha in mano le risorse e chi gli vende il proprio consenso. Il ceto dominante qui da noi è quello politico-amministrativo (altro che i padroni capitalisti!). Ovviamente poi si è liberi di foderarsi gli occhi di prosciutto e negare questa evidenza.
L’avere io segnalato, peraltro di sfuggita in un intervento in un convegno a commento di altro, questa possibile conseguenza strutturale del minimo vitale è ciò che, credo, ha destato l’interesse del cronista. E che provoca al contempo l’avversione di chi difende lo status quo. Uno status quo in cui anche certi anti-capitalisti qualcosa da portare a casa spesso la rimediano.
Nell’ambito dell’intervista, poi, ho fatto, alquanto di sfuggita, anche un riferimento alla c.d. Flex-security nata in Danimarca (ove il termine fu inventato dal premier socialdemocratico Rasmussen), che in effetti del minimo vitale costituisce la versione più aggiornata. La Flexicurity è oggi raccomandata dall’Ue a tutti gli Stati membri (tra i quali, anche se in base alla maggior parte dei commenti non si direbbe, pare ci sia pure l’Italia) come uno strumento principe della strategia di Lisbona. Si vedano ad esempio, la Comunicazione della Commissione “Verso principi comuni di flexicurity: più occupazione e lavori di migliore qualità attraverso la flessibilità e la sicurezza”
“Quello della Flexicurity è un approccio a vasto raggio nelle politiche relative al mercato del lavoro, che combina una sufficiente flessibilità nei meccanismi contrattuali – tale da consentire sia alle imprese che ai lavoratori di misurarsi con il cambiamento – con la previsione della sicurezza a vantaggio dei lavoratori: sicurezza di mantenere il proprio posto di lavoro, ovvero di trovarne rapidamente uno nuovo, con la garanzia di un reddito adeguato tra un’occupazione e l’altra”. Si vede che a Bruxelles sono tutti ipnotizzati da qualche professore chiaccherone. Personalmente sono convinto che da noi, se mai se ne cominciasse a discutere seriamente, il minimo vitale sarebbe più facilmente avviato senza flessibilità, così come avvenne a partire da mezzo secolo fa nei veri welfare states (l’Italia non lo è mai diventata appieno), i quali mentre noi producevamo pensioni baby consolidavano i propri sistemi di sicurezza sociale. Sul finire dello scorso secolo quegli stessi paesi hanno dovuto cercare formule nuove, di fronte ai nuovi eventi. In Italia si dovrebbe fare in tempi brevissimi e di crisi ciò che altrove è stato fatto in cinquant’anni, di cui trenta di vacche grasse. Ma ciò non è certo colpa dei professori. Magari è colpa di chi ha governato (e anche di chi ha co-governato).
Certamente non è una buona ragione per minacciare, neppure tanto velatamente, delle peggiori conseguenze chi si azzarda a guardare in faccia la realtà e a chiamarla con il suo nome. Tra l’altro, avevo immediatamente aggiunto (e in effetti chi mi ha intervistato lo ha riportato, giustamente in sintesi) che in Italia, e in particolare nel Mezzogiorno, si pongono serissimi problemi applicativi. Dire che una cosa è difficile, però, non equivale a escluderla. Se poi devo escluderla per forza, visto che per un obiter dictum (traduzione: affermazione fatta di passaggio, non essenziale ai fini dell’argomento centrale di un testo) sulla Flexicurity nell’ambito di un discorso sul minimo vitale qualcuno si permette di scrivere (con il coraggio dell’anonimato) quello che ha scritto, allora mi impunto e dico che anche con la Flexicurity prima o poi (certo non subito) bisognerà fare i conti.
Il minimo vitale è anticiclico, perché mette in circolo con rapidità e automatismo risorse destinate a soggetti che le spenderanno subito, visto che non possono permettersi di metterle sul libretto di risparmio. Esso sostiene i consumi e sollecita la ripresa. Infine, il minimo vitale realizza una maggiore equità sia tra i vari strati sociali, sia anche (almeno in Italia) tra territori. Esso si tradurrebbe in un beneficio netto a vantaggio del Sud, ma non (una volta tanto) del suo parassitario ceto “dirigente”, bensì di quelli meno garantiti tra coloro che ci vivono. Proprio per questo esso risulterebbe un opportuno correttivo ad un federalismo altrimenti “punitivo”, così come consentirebbe di integrare certe recenti recenti forme di “contabilità nazionale” che corrono il rischio di piacere molto alla Lega. Ma l’ho già fatto troppo lunga. Grato dell’attenzione, porgo distinti saluti.
