Gianfranco Miccichè è un poco Zelig. Lo sono tutti i politici, in verità, Il problema è fino a che punto ci si lascia condizionare dai suoi bisogni contingenti, dalle persone cui si parla, dagli eventi e dalle onde emotive dell’ultima ora. In linea di principio, chi ha responsabilità di governo dovrebbe avere la sua stella polare, mantenere il timone sugli obiettivi, anche quando vanno in linea di collisione con i bisogni contingenti. Rinunciare all’applauso, all’autoreferenzialità, al consenso urbi et orbi.
Una parola. Facile a dirsi difficile a farsi.
I giornalisti predicano bene e qualche volta razzolano male, perciò occorre che abbiano un’ottica sobria: va bene Zelig purché non mandi a scatafascio il lavoro fatto.
Miccichè è Zelig come personaggio, prima ancora che come politico. Uno Zelig che resta se stesso, però, nel senso che “si promuove” attraverso una costante diversità. Non è scontato ed insieme lo è fino allo sfinimento.
Volete sapere perché?
Ovunque salga sul podio per dire la sua, si può scommettere che sparerà a zero nei confronti di coloro che a suo avviso non fanno la loro parte. Danni d’immagine? Limitati al caso in sé, ma vantaggi enormi e duraturi per il personaggio: spartano, schietto, interprete dei bisogni reali, audace, battagliero e così via.
Scuola Berlusconi, dunque.
Se incontra il Papa il Cav sta dalla sua parte in tutto e per tutto, se va in Israele si arruola nell’esercito ebraico, se incontra Putin sposa le sue tesi con facilità sorprendente, se affronta Obama diventa suo estimatore in toto.
Miccichè indossa l’abito malandrino del contestatore e se la prende con i personaggi importanti con l’aria di chi non bada alle conseguenze. Nessuno ha mai scoperto fino a che punto ha progettato le sue sparate o ne è stato vittima.
Indimenticabili le sue filippiche contro Totò Cuffaro, Giulio Tremonti, Giuseppe Castiglione, tanto per fare alcuni esempi. Toni forti e decisi.
Quando deve affrontare il tabù, Silvio Berlusconi, preferisce girarci attorno: dice peste e corna del partito, il dl, e del governo del quale fa parte con una nonchalance spericolata, senza nominare proprio Lui, colui che è a capo del Pdl e del governo.
Poi arriva il momento che bisogna rimettere ogni cosa a suo posto. E Miccichè fa le pulizie. Tutto quello che ha scaraventato giù nel corso del tempo, viene rimesso dove si trovava. Questo momento è fonte di delusione, ma dura poco, perché Zelig ricomincia da capo con la solita verve ed il solito entusiasmo.
Da alcuni giorni Gianfranco Miccichè assedia senza usare armi da guerra il governo che ha contribuito a fare nascere insieme a Raffaele Lombardo con il beneplacito del Partito democratico. Non è contento di come vanno le cose. Si aspettava di più? Mah, se è così il suo ottimismo è da premio Oscar.
C’è stato un incontro con i giovani del Pdl Sicilia. Proprio così, il Pdl Sicilia ha già i suoi giovani (e viene da ricordare Renato Rascel nello sketch del Corazziere: lui, piccolino e già corazziere…), e li deve motivare. Chi meglio di Gianfranco che è un motivatore impareggiabile.
Siccome i giovani vogliono stare all’opposizione, il sottosegretario li ha accontentati. “Mi aspettavo di più da Lombardo”, ha detto. “Dobbiamo chiedergli di più. Vogliamo togliere il pallino dalle mani dei burocrati e il loro ruolo è quello di fare le cose con celerità e senza inghippi, ma se non le fanno devono spiegarci perché. Oggi il sistema della burocrazia va cambiato… o portiamo a casa il risultato della semplificazione burocratica oppure noi del Pdl Sicilia non abbiamo motivo di stare in questo governo”.
Ci vorrebbe un decreto interpretativo per non correre il rischio di prendere lucciole per lanterne. Proviamo a farne a meno, facendo delle ipotesi. La prima: Miccichè costruisce la sua exit strategy conferendogli una piattaforma programmatica. Come farebbe a spiegare altrimenti di mandare a carte quarantotto ciò che ha appena realizzato? La leggenda del figliol prodigo va bene per la Bibbia, non per la politica.
Seconda ipotesi: Miccichè continua la sua battaglia contro il sistema. Una volta lo chiamava “cuffarismo”, ora lo chiama “burocratico”. Ma nel frattempo sono accadute tante cose. Il cuffarismo è stato smantellato, visto che sono cambiati i burocrati e si è messo in moto, specie nella sanità, un processo di cambiamento. Non sono cambiate le regole? Non si è semplificato? Non si è tolto il potere ai dirigenti e riconsegnato alla politica? Oppure il sistema è cambiato ma non rassicura affatto Miccichè. E’ cambiato secondo le direttive di Lombardo e questo non gli piace?
La riforma amministrativa sarebbe la risposta giusta. Dipende da come viene affrontata. Se ognuno vuole mettere i suoi in pole position, allora si torna punto e a capo. Non si deve parlare di riforma ma di spoil system mascherato. Fare funzionare la macchina amministrativa è essenziale.
Miccichè è insoddisfatto? Nemmeno Lombardo, probabilmente, si ritiene soddisfatto.
E i siciliani lo sono?
