Gianfranco Micciché smentisce “categoricamente” il suo rientro nel Pdl. Antonio Fraschilla (La Repubblica) gli ha posto la domanda cruciale dopo le voci insistenti di un suo ritorno a casa. La risposta non poteva essere più netta ed inequivocabile. Resta dove si trova.
Ma dove si trova? Questo il busillis: il Pdl Sicilia non è un partito, ma un gruppo parlamentare. Fa parte a pieno titolo del governo nazionale come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, frequenta il premier del quasi si definisce un sostenitore ed estimatore senza ripensamenti e nessuno ha nulla da obiettare quando opera nel Continente. Oltre lo Stretto, in Sicilia, non vuole avere alcunché da fare con il Pdl lealista che non è un partito ma una rappresentazione simbolica per distinguerlo dal gruppo parlamentare del Pdl Sicilia.
In definitiva mantiene mani e piedi nel Pdl che conta (in Continente) e combatte il Pdl geograficamente residuale, il cosiddetto Pdl lealista. Geograficamente residuale ma politicamente in gran spolvero perché il Pdl lealista ha leader di prestigio: tre ministri (Stefania Prestigiacomo, Ignazio La Russa e Angelino Alfano; la seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato, Renato Schifani).
Schifani e Alfano sono i due capicorrente più influenti, ma accanto a loro c’è l’intero ghota del Pdl, da Firrarello a Nania e Castiglione, i coordinatori regionali, e il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Francesco Cascio, che aspira – come Miccichè – a succedere a Raffaele Lombardo, il governatore in carica.
Spiegando la sua ribellione isolana, Micciché addebita al Pdl siciliano un comportamento ambiguo verso il governo regionale e il sostanziale tradimento dell’elettorato che aveva votato per il centrodestra ed è rappresentato, invece, da un Pdl che combatte il governatore sin dal primo giorno. C’è dell’altro naturalmente, nel “non detto” soprattutto. Miccichè è stato messo da parte, sorpassato da Schifani e Alfano nelle istituzioni, da Castiglione e Nania al vertice del partito, che ha guidato per molti anni raggiungendo traguardi importanti. Insomma era messo male prima della ribellione al punto da dovere stare in stand by per entrare nel governo da sottosegretario dopo esserne uscito da vice Ministro due anni prima.
La delega al Cipe, inoltre, lo ha emarginato ulteriormente perché le scelte che ha potuto gestire sono state “marcate a vista” da Giulio Tremonti, come dimostra in modo inequivocabile l’incredibile vicenda dei Fondi Fas. La nascita del Pdl Sicilia lo ha resuscitato, concedendogli visibilità e un ruolo centrale nella Regione grazie alla sua alleanza solida con Raffaele Lombardo. I suoi uomini di punto, Titta Bufardeci e Michele Cimino, occupano ruoli di primissimo piano. Bufardeci, in particolare, segnala l’attenzione che la ministra Prestigiacomo mantiene nei confronti dei ribelli siciliani e le loro ragioni. Non fa passi avventati, ma non nasconde di comprendere le motivazioni di Micciché. Se non fosse così Bufardeci non si sarebbe esposto più di tanto. Nella successione a Lombardo, e non a caso, le due opzioni ancora in piedi sono quelle della ministra e di Micciché, accanto a quella, lealista, di Francesco Cascio.
Ora Micciché, lo voglia o meno, è al bivio. Se l’Italia e i suoi partiti non fossero una specie di circo Barnum, non avrebbe senso niente: l’implosione del centrodestra, la “guerra” dei partiti della coalizione al loro governatore, la nascita di un gruppo parlamentare autonomo per iniziativa di un membro del governo nazionale guidato dal leader del Pdl.
Che il circo Barnum si esibisca in repliche applaudite è sotto gli occhi di tutti. Alcuni giorni or sono il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, ha proclamato la fine dei giochi e dei giochetti, annunciando con cipiglio severo che “coloro i quali costituiscono gruppi autonomi nel Parlamento nazionale, nei consigli regionali e comunali sono automaticamente fuori dal Pdl”. Verdini aveva nel cuore e nella mente i finiani, non c’è dubbio, ma ha messo dentro il suo anatema anche la periferia, quindi la ribellione siciliana. E non è successo niente. Micciché non teme la fatwa e la esorcizza ribadendo la sua volontà di restare un poco fuori e un poco dentro il Pdl con buona pace di non lo vorrebbe più nei paraggi. E fa sapere di frequentare meglio e più di prima Berlusconi.
E allora? Niente, il Pdl è una cosa, Berlusconi un’altra.
Il Pd non la pensa allo stesso modo, né in Sicilia né altrove. Ma questa è un’altra storia. C’è chi ci sta ripensando e ha riflettuto sull’opportunità di non stare a cavillare troppo sui dettagli.
