Salvatore Parlagreco

“Il Lombardo quater? Credo che una squadra di governo vada cambiata se alla base ci sono motivazioni di carattere politico. Non vedo novità a breve termine, non capisco questa ipotesi, sbandierata più che altro dai giornali. Lombardo non mi ha mai parlato di un nuovo governo, né di nuovi assessori. Vorrei trascorrere le vacanze senza dovermi inventare problemi che non esistono”.

Un lungo, inquietante silenzio. Perfino il suo blog taceva, mentre a Roma succedeva l’inferno con la guerra senza quartiere all’interno del Pdl e in Sicilia il governatore faceva le carte senza i suoi suggerimenti. Gianfranco Miccichè ha dovuto sopportare il cilicio: tacere, persuaso probabilmente, che – come dicono i poliziotti americani all’indagato – ogni parola avrebbe potuto essere usata contro di lui. Un ramadan della parola, scritta e parlata. Ma al punto in cui sono arrivate le cose, ha dovuto sciogliere il voto e dire la sua. Lo ha fato ai microfoni di una emittente televisiva, Tgs.

“Io lascio Berlusconi e Lombardo chi lascia? Il Pd chi lascia? Mi sembra di giocare a Monopoli o a Risiko”, ha aggiunto Miccichè, replicando a distanza al presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo, che nei giorni scorsi lo aveva invitato a lasciare il Pdl e il premier. “Quella di Lombardo è una domanda alquanto curiosa, strana – ha detto il sottosegretario – Mi sembra un gioco piuttosto perverso della politica e dei palazzi su chi si deve avvicinare o allontanare di più, non considerando che ci sono problemi molto più ampi in Italia, e in Sicilia in particolare”. “In Sicilia – ha poi spiegato Miccichè – sembra che tutto sia condizionato da quello che decide il Pd, che un po’ si esalta per i litigi tra Berlusconi e Fini e si sente pronto ad andare alle elezioni, salvo poi fare un passo indietro. Si informano con Crespi sui sondaggi e capiscono di non essere nelle condizioni di vincere. A me il Pd non interessa, io non sono nel governo con il Pd né ci sarò mai e questo è un fatto assodato”.

Quando Raffaele Lombardo ha fatto conoscere le sue intenzioni, fare un governo con una maggioranza riformista intenzionata ad affrontare gli elettori alla fine del mandato, tirandolo per la giacca – ma senza strattonarlo – ha mandato in prima linea i suoi due assessori, Michele Cimino e Titti Bufardeci. Siamo messi male, hanno detto, e non è il caso di sbracciarsi per inventarsi formule politiche, stare appresso alle ideologie e alle formule: mettiamoci insieme, tutti quelli che ci stanno, e governiamo la Sicilia, che ne ha tanto bisogno. L’accoglienza è stata tiepida, lo stato dell’arte è quello che è: Lombardo tesse da tempo la sua tela, non vuole inseguire Miccichè che insegue Berlusconi ed ha intenzione di governare insieme a quelli che hanno interesse, alla fine del mandato, a fare le cose per bene per ottenere il consenso elettorale. Un governo blindato, dunque, sia per il programma di riforme, quanto per il comune interesse a fare bene senza colpi di coda.

Miccichè non ha gradito, non poteva. Ha posto veti, il più importante dei quali l’impossibilità di entrare nel governo insieme ai democratici. Come avrebbe potuto spiegarlo a Berlusconi? Sarebbe stato come consegnarsi agli “ex amici” di Forza Italia, come li definisce. Quindi si è messo di traverso, aiutato dagli stessi democratici che hanno posto il loro dissenso “speculare”: entriamo nel governo con coloro che denunciano l’antimeridionalismo di Berlusconi, l’irriducibile nemico Tremonti, più leghista della Lega. Quindi, niente berlusconiani nel governo.
Veti incrociati, dunque. E Miccichè a dettare l’agenda fino a trenta giorni or sono. La nascita di Futuro e Libertà, la formazione finiana, e l’area dell’astensione sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo ha cambiato il quadro politico. Il Mpa s’è ritrovato con finiani, rutelliani, l’Udc di Casini ed a tutti è parso chiaramente che si trattava del primo passo verso un’alleanza “di sistema”, nonostante le smentite degli interessati. Un’alleanza che avrebbe potuto sperimentare in Sicilia i primi significativi passi, perchè nell’Isola i finiani hanno costruito la loro force de frappe con Briguglio, Granata e Scalia. Un problema grosso quanto una casa per Miccichè, perché il suo Pdl Sicilia ospita i finiani che Berlusconi ha cacciato via di malo modo e maltratta giornalmente con i suoi giornali. S’è capito, a questo punto – e l’ha capito Miccichè prima di ogni altro – che le cose si stavano mettendo male e che i suoi veti erano diventati parole al vento. Bufardeci e Cimino avrebbero dovuto effettuare la sterzata e abbandonare i veti per puntare sull’emergenza economica e i guai della Sicilia, che c’erano già quando poneva i veti Miccichè. Insomma, non sarebbe stato più il caso di fare gli schizzinosi.
Troppo tardi? I piani di Lombardo sono ormai altra cosa?
Possibile. Ormai Miccichè è a un bivio. Lombardo gli chiede di staccare la spina con Berlusconi e Berlusconi gli chiede di rimettere a posto il Pdl in Sicilia, tornando a casa. Che non è affatto più casa sua. Magari ci sono i cecchini appostati per impedire che varchi la soglia e se riesce a varcarla, lo lasciano in piedi dietro l’ultima fila di poltrone.
In questo contesto l’ex ribelle del Pdl siciliano si è “consegnato alle domande d’obbligo della bravissima Marina Turco a Tgs. Sta ancora con Berlusconi? Resterà nel governo Lombardo? E’ bene che nasca il nuovo esecutivo siciliano? Andremo alle elezioni politiche? Che fine ha fatto il Partito del Sud?

Miccichè ha spiegato le sue ragioni, anticipato le sue intenzioni, fatto previsioni, giudicato amici ed avversari. Miccichè farà il Partito del Sud ma potrebbe essere meglio fare il Partito siciliano, ha ammesso di non avere valutato le difficoltà di fare nascere il Partito del Sud. Berlusconi? No, non c’entra niente, c’entrano i calabresi, i campani, pugliesi e gli altri: come ottenere il loro consenso? Sulla base di quali argomenti, quali strumenti?  C’e’ il piano “b”. Invece che il Partito del Sud c’è spazio per un Partito siciliano. Ricordate, ha detto, com’è iniziata la mia avventura del Pdl Sicilia? Iniziò proprio dal bisogno di mettere in campo una formazione politica in grado di bilanciare lo strapotere della Lega Nord. Questo soggetto politico nuovo avrebbe dovuto essere messo in piedi dagli autonomisti siciliani e cioè il Mpa e i i “pezzi” del Pd e del Pdl che si sarebbero sganciati dalla casa madre. Ci sono state riunioni, riflessioni, alle quali hanno partecipato anche leader del Pd, e sembrava che questo fosse il punto d’arrivo, una forza politica capace di conquistare almeno il 3,5 per cento in campo nazionale e sbarrare il passo alla Lega. Il metodo “catalano”, su scala minore, insomma.

Che cosa è avvenuto invece? E’ nato il Pdl Sicilia ma non è nato il Pd Sicilia. Nessuno è riuscito a fare ciò che con tanta audacia i ribelli del Pdl Sicilia hanno fatto.
Marina Turco, a questo punto, gli ha chiesto com’è che Miccichè e i suoi amici romani se ne sono accorti di punto in bianco che stavamo rischiando di fare la fine della Grecia? Domanda assai pertinente. Non ci hanno detto che l’Italia era solo sfiorata dalla crisi quando essa era al culmine e che stava uscendo quando ancora doveva arrivare?

Miccichè se n’è uscito recriminando sui 40 anni di bilanci falsi del governo nazionale che hanno drogato i conti. Giulio Tremonti, dunque, non è cattivo, ha fatto quel che doveva per evitare il crollo. Non è solo la Sicilia a pagare le conseguenze della crisi ma tutte le regioni italiane. E non c’e’alternativa. Il Partito siciliano potrebbe alleviare le sofferenze, fare contare di più la Sicilia e dare una calmata alla Lega.

Una drittata, non c’è che dire. Scommettiamo che a Berlusconi non dispiacerebbe. Perché dovrebbe dispiacergli che qualcuno, risoluto quanto il Senatùr, sappia come trattare i leghisti, mentre lui resta al centro del tavolo a distribuire le carte? Del pari, a Lombardo non dovrebbe dispiacere affatto il Partito siciliano, anzi è nelle sue corde, non è a questo che lavora da sempre?

Altro capitolo, i rapporti di Miccichè con Berlusconi. Buoni, buonissimi, mai stati migliori. Si incontrano, si parlano, non c’è settimana che non avvenga. C’è stata solo una parentesi, è durata un mese, quando gli ex amici di Forza Italia sono andati a riferirgli bugie. Ma tutto si è aggiustato, Berlusconi ha capito. Che cosa? Che ha fatto bene a spaccare il Pdl in Sicilia? E gli ha lasciato fare tutto questo, convinto che fosse nel giusto? Le risposte non le abbiamo. Come avremmo potuto averle? Tirando le somme, Miccichè – fresco come una rosa – ha ribadito che non c’è alcuna necessità di fare un altro governo in Sicilia. Lombardo, piuttosto, metta mano alle tante cose che ci sono da fare e non sono state fatte, perchè la Sicilia segna il passo e il momento politico-economico non permette distrazioni.