Gianfranco Miccichè torna al Partito del Sud. La ragione la spiega lo stesso Miccichè in un’intervista al Corriere della Sera, con la quale spara a zero contro il governo di cui fa parte, il partito che ha contribuito a fare nascere, il ministro più importante dell’esecutivo, il “leghista” Giulio Tremonti, e sostiene che il partito del Sud bilancerebbe il peso della Lega e otterrebbe il consenso dei meridionali senza scontentare la Lega che dal meridionalismo diventato partito trarrebbe indubbi vantaggi grazie alla contrapposizione Miccichè non dice nulla di nuovo, ma ciò che vuole lo esplicita in modo chiaro.
Intende convincere Silvio Berlusconi che questa “drittata” lui la deve fare, altrimenti il futuro sarà sempre più nero. Il governo, secondo lui, è in mano alla Lega, “un monocolore leghista”, e questo non può che scontentare gli elettori del Mezzogiorno, che alla distanza finiranno con l’allontanarsi dal Pdl. Miccichè ha la delega sul Cipe, il comitato interministeriale per la programmazione economica, ed ha sperimentato di persona le difficoltà di ottenere qualcosa da Tremonti. Sono ancora aperte le ferite per il trasferimento dei Fondi Fas alla Sicilia, fondi che furono congelati e, in parte, spesi per interventi al Nord.
“Nel precedente governo Berlusconi, quando ero ministro dello Sviluppo e della coesione, una volta portai in consiglio dei ministri un provvedimento a favore del Mezzogiorno che, nonostante non costasse una lira, scatenò l’opposizione dei colleghi della Lega”, racconta al Corriere della Sera Miccichè. “La discussione finì solo quando Berlusconi mi chiamò fuori dal consiglio e, allargando le braccia, mi disse: ‘Gianfranco, io lo so che tu hai ragione, ma vedi loro sono un partito e tu no’. Ecco, allora il presidente mi illuminò”.
Di questa osservazione il sottosegretario siciliano si è servito durante la gestazione del partito del sud, durata alcuni mesi e poi conclusa con un nulla di fato per la contrarietà dello stesso Berlusconi e dell’intero stato maggiore Pdl, con qualche sparuta eccezione. Lo stop fu necessario per fare vivere il governo Lombardo. Il governatore aveva azzerato il suo esecutivo, provocando la protesta dei una larga fetta del Pdl e dell’Udc. Per potere mettere insieme i pezzi della coalizione, sia Miccichè quanto Lombardo hanno dovuto promettere, sottobanco, che del Partito del Sud non si sarebbe parlato.
Entrambi infatti avevano manifestato l’intenzione di farlo nascere, anche se non si trattava affatto – come si è ben capito ora – della stessa formazione politica. È impensabile infatti che Raffaele Lombardo rinunci al suo Movimento per l’autonomia, per fare nascere un partito “consolare” (con Micciché) che sia un clone del Pdl ed abbia compiti strumentali, di raccogliere il consenso dei meridionali.
Ciò che Miccichè torna a proporre, infatti, non ha nulla a che vedere con l’iniziativa politica di Lombardo “andata in sonno” per fare sopravvivere la coalizione di centrodestra in Sicilia. Coalizione che, peraltro, è a pezzi, nonostante la rinuncia al partito del Sud. Difficilmente Miccichè riuscirà a convincere Berlusconi sul partito del sud. Difficilmente riuscirà a convincere lo stesso suo alleato dell’opportunità di farle nascere ad immagine e somiglianza del Cavaliere.
