Salvatore Parlagreco

(essepì) Ma vi pare possibile che la Sicilia  sia obbligata a stare appresso alle amicizie infrante o in crisi, a corrente alterna? Gianfranco Miccichè pende dalle labbra del suo amico e mentore, Silvio Berlusconi, ma gli organizza la prima scissione del Pdl nell’Isola. Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo  si passano la staffetta di Presidente della Regione, ma quando tocca a Lombardo correre, il sodalizio va in frantumi, si rompe la coalizione di centrodestra e l’Udc, il partito di Cuffaro, si dispone del governatore.

Il fatto è che la storia dura, fra alti e bassi, in casa Pdl. Una schizofrenia che giorno dopo giorno confonde le idee, costringe ad inseguire le consuetudini più banali, a dare significato ai piccoli gesti, a indovinare intenzioni attraverso il battito di ciglia, i blog di appartenenza ed altre minchionerie.

Pare che nelle ultime ore sia in atto lo scongelamento, che Gianfranco Miccichè stia portando i suoi a Palazzo Grazioli, dove un Cav ben disposto come non capitava da tempo, stringe le mani dei ribelli come fossero amici di vecchissima data. Sono sfilati Italo Bocchino e Andrea Augello,  rimasti all’indice a lungo (il primo soprattutto), poi è toccato ai siciliani Bufardeci e Cimino, esponenti di primo piano del Pdl Sicilia, in vista su invito del Premier. Bocchino e Augello, ha precisato Ghedini, non hanno discusso con il Presidente. E’ stato lui, con Alfano a farlo, e questo per mettere le cose in chiaro. Quanto a Bufardeci e Cimino, sì sono stati invitati, ma perché c’era la riunione dei Presidenti delle Regioni Pdl. Siccome Raffaele Lombardo non è andato (e come avrebbe potuto, non è un Presidente Pdl) è arrivato Cimino, che è il vice presidente (meglio che niente).

Il Cav li ha accolti cordialmente, ha scambiato delle impressioni (di cui si sa poco) e li ha incaricati di salutare Raffaele Lombardo, la qualcosa fa ritornare indietro il ragionamento, perché coinvolge le ultime ore dell’amicizia Berlusconi-Miccichè, in quenti quest’ultimo, cioè Miccichè, viene indicato da tutte le fonti giornalistiche, come in ascesa nel cuore del Premier e, quindi, sulla strada del ritorno a casa, ma fino a un certo punto. Magari fosse possibile mettere un punto fermo su questa storia, non c’è vero. E bisognerebbe parlarne a quattr’occhi con Giuseppe Castiglione, che è però alle prese con la storia delle province che si chiudono e non si chiudono a seconda dello stato dell’arte fra Berlusconi e Bossi, vecchia amicizia inossidabile ma attraversata continuamente da venti di guerra, non addebitabili agli interessati.

Portate pazienza se non ci capite niente leggendo questo articolo, ma fare finta di capirci qualcosa in ciò che succede sarebbe peggio. La confusione è un segno di rispetto, la fotografia del contesto, non il risultato dell’imbonimento indotto dall’accavallarsi di episodi banalissimi e perfino stupidi tanto da intorpidire la mente e l’anima.

Ma non bisogna sentirsi gli ultimi della classe in Sicilia – ci riferiamo alla politica – per il fatto che il sotto vuoto spinto prende sale in superficie – e non sappiamo come, non chiedetecelo – perché ogni volta che s’incrina l’asse del Cav con Bossi-Tremonti, i venti di pace arrivano fino in Sicilia, anche in assenza di Claudio Scajola, nota spalla disincantata di Miccichè,  soffiano lievi verso la periferia dellì’impero – meglio, territori d’Oltremare – che non contano niente di norma ma capita che contino molto a seconda delle condizioni del mare.

Come andrà a finire, vi chiede, vero? E che ne sappiamo noi?

Ciò che sappiamo che sulle cose serie tutto resta come prima. Cambiano gli umori e gli amori, ma i Fondi Fas, per fare un solo esempio, non arrvano in Sicilia nemmeno se prometti la secessione subito dopo la cena di sabato ad Arcore.