Salvatore Parlagreco

Non è un avvertimento, né una chiamata di correo; qualcosa che contiene l’una e l’altra, ma rimanendo, per così dire nelle regole del buon vicinato, sperimentando le residue possibilità di un aggiustamento della vicenda. Luigi Lusi, il tesoriere del partito fantasma, la Margherita, ha ricordato a tutti che finora si è assunto tutte le sue responsabilità ed ha auspicato che gli altri facciano lo stesso. Chi vuole intendere intenda, e se non lo fa, peggio per lui.
 
 Al netto delle sue furbate e dell’accaparramento dei denari del partito-morto, ma vivo e vegeto quanto a quattrini, gli si può dare certo torto in linea di principio. Il ragionamento, insomma, non fa una grinza: Lusi rivendica la sua “trasparenza”, proprio così: la trasparenza”, perché fin dal primo momento ha affermato di aver deciso lui ogni cosa sull’utilizzo dei soldi, naturalmente senza trascurare niente e nessuno. Ha parlato da amministratore unico di un’azienda, che cura la governance come meglio crede, si ritaglia le sue prebende, ma non fa mancare niente ai soci.
 
Siccome la piega che ha avuto la storia lo ha proposto come un ladro di polli, immagine che Lusi respinge con molta energia, vuole mettere le carte in tavola e pretende altrettanto coraggio da parte di coloro che sapevano come e perché quei soldi venivano spesi.
 

Il messaggio non può che essere destinato, anzitutto, ai due interlocutori principali: Francesco Rutelli, presidente del partito-fantasma, e Enzo Bianco, presidente dell’assemblea federale della Margherita, organismo deputato all’approvazione dei bilanci, preventivi e consuntivi.
 
Significa che gli altri non c’entrano? Affatto. I novanta bonifici trovati dalla Banca d’Italia, e le indagini sui conti correnti, spiegheranno in dettaglio la cronologia delle spese e regaleranno, finalmente, i nomi ed i cognomi di coloro che hanno utilizzato i 57 milioni che lo Stato ha riversato nelle casse del partito sin dal primo giorno, e i tredici milioni di cui si sono perse le tracce negli ultimi due anni.
 
Mantenere il silenzio, quindi, non serve a niente, visto che anche i firmatari dell’esposto in tribunale – fra gli altri, Rino Piscitello e Gaspare Nuccio, siciliani come il presidente dell’Assemblea federale, Enzo Bianco – non hanno finora accusato alcuno di sottrazione di denari a fini personali, ma di attività politica fatta all’insaputa di coloro che avevano voce in capitolo, e cioè i componenti dell’Assemblea, mai invitati alle riunioni (330 membri, quindici-venti presenti). Insomma si sono fatti gli affari loro, affari politici tuttavia, lasciando fuori gli altri. I furbetti del partitino, insomma.
 
Il fatto che non abbiano arraffato per sé, comunque, non li assolve,  dicono gli “esclusi”, perché la Margherita non esisteva più e i soldi sono stati spesi per promuovere movimenti, partiti, correnti, fondazioni che non hanno nulla a che vedere con il partito-fantasma. È il cane che si morde la coda. I soldi c’erano, sono stati spesi, tagliando fuori il novanta per cento degli aventi diritto. Ma se questa discriminazione non si fosse verificata, ed è accertato che invece la discriminazione c’è stata, non sarebbe cambiato proprio nulla, dal momento che un partito morto non può “vivere” di manifestazioni, viaggi, cene ed eventi politici.
 
Ciò che i firmatari dell’esposto vogliono da Rutelli e Bianco, anzitutto, è che venga loro riferito come sono andate le cose: gli investimenti dei politici traccerebbero un percorso che metterebbe a nudo comportamenti, scelte, alleanze, iniziative di cui poco si sa e molto si vorrebbe sapere.
 
Francesco Rutelli, che ha voluto Lusi tesoriere, avendo una grande dimestichezza con lui, e Enzo Bianco, che si è assunta la responsabilità di decidere chi potesse partecipare all’esame dei bilanci, non possono trincerarsi dietro un generico “non ne sapevamo niente”.  È quello che Piscitello, Nuccio e Nora ripetono da giorni, senza sospettare ruberie.
 
La vicenda non si chiuderà presto, perché l’utilizzo improprio dei rimborsi elettorali riguarda quasi tutti i partiti. I partiti morti che continuano a ricevere quattrini sono tanti (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Democratici di Sinistra ecc.) e la conflittualità interna a questi schieramenti è alta. Il caso Margherita, insomma, non è l’unico.
 
Il caso-An appare il più importante di tutti. Alleanza nazionale ha ereditato il patrimonio del Msi, poi ha chiuso battenti per dare vita al Popolo della Libertà, mantenendo il patrimonio e continuando a ricevere quattrini a palate, come gli altri partiti-zombi. Risultato: budget di 110 milioni di euro, la cui governance è spettata al gruppo maggioritario rimasto all’interno del Pdl. I finiani, insomma, sono stati tagliati fuori dall’uso delle risorse. Ma gestire il tesoretto non significa fare ciò che si vuole, sicché – l’ha riferito Italo Bocchino, vice presidente Fli – i “gestori” del patrimonio sono entrati nel mirino per 26 milioni di euro. Spariti, mal spesi?  Fatto sta, che i finiani, esclusi dalla governance, vogliono vederci chiaro ed hanno anche loro messo nero su bianco: una denuncia in sede civile prima e, successivamente, un esposto penale. Ai materassi, insomma.
 
I partiti-morti finiranno tutti in tribunale, a quanto pare.