Salvatore Parlagreco

Il centrodestra subisce uno sciame sismico, le scosse sono quotidiane e di varia rilevanza, ma fanno stare tutti sul chi vive, anche quelli che fanno professione di tranquillita’ ed ottimismo a spizzichi e bocconi, come il Presidente del Consiglio. L’instabilita’ nuoce fortemente alla credibilita’ di chi vende ottimismo. I rapporti fra finiani e berlusconiani si sono incarogniti ed il tatticismo continua a prevalere, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che nei giornali berlusconiani la “famiglia allargata” di Gianfraco Fini continua a subire manganellate quotidiane, il “processo” a Bocchino, Granata e Briguglio, fissato per il 17 settembre, dal collegio nazionale dei probiviri non ha avuto ripensamenti e Ignazio La Russa convoca i dirigenti provinciali e regionali finiani per un redde rationem (con chi state e fino a che punto?). 

Le legnate al Presidente della Camera per mezzo stampa da una parte, la condizione di imputati dello stato maggiore di Fli, gli avvertimenti dell’ex colonnello di Fini, oggi coordinatore nazionale del Pdl e berlusconiano di ferro, non permettono di scommettere un euro sull’abbassamento della febbre in casa Pdl.
L’instabilita’ percepita e‘ maggiore di quella reale?

No, non lo e’. Basta sentire i protagonisti, dietro le quinte, per rendersene conto. Non si tratta di una coda velenosa ma del proseguimento di un conflitto dai toni assai duri e definitivi.
Eppure il Presidente del Consiglio, dopo avere battuto il tasto del voto ad ogni costo, avere fatto marcia indietro e lasciato a Bossi questo compito, ha comunicato agli italiani la sua volonta’ di andare avanti “per rispettare la volonta’ popolare” o qualcosa di simile. I sondaggi non gli sono favorevoli e la volonta’ degli italiani non ospita il bisogno di nove elezioni, sicche’ ha fatto di necessita’ virtu, rinunciando alla opzione privilegiata: finire il nemico ferito, Fini, prima che recuperi le forze e diventi un concorrente temibile e minaccioso. Per ora il Premier si accontenta di tenerlo sotto tiro con i Tulliani nelle prime pagine dei suoi giornali e la spada di Damocle del giudizio dei probiviri.

Una condizione limacciosa che impaluda anche le buone intenzioni, concede spazio e fa emergere i predatori, dando loro le prime pagine e offrendo opportunita’ ideali per avvantaggiare le loro “botteghe” (partiti, giornali ecc). Il governo del Paese sventola la bandiera del pericolo scampato, di avere impedito che si facesse la fine della Grecia – ma in quale altra nazione europea cio’ si e’ verificato? – e ripresenta il programma di governo, non attuato, alla maggioranza parlamentare per chiedere nuova fiducia. E’ questo il tagliando di una cambiale onorata entro la scadenza?
Avere evitato di diventare la Grecia e’ un grosso merito se, come lo stesso governo ripete in modo ossessivo, il risparmio degli italiani e la solidita’ delle banche sono stati i punti di forza dell’Italia?

Mettere in campo azioni positive senza creare le condizioni perche’ vengano apprezzate ed abbiano un percorso agevole, significa turlupinare se stessi oltre che la gente. Il governo ha il dovere di creare le condizioni perche’ le sue deliberazioni, i suoi obiettivi, i progetti – tutto cio’ cui crede – abbiano una corsia preferenziale nei luoghi in cui essi devono essere esaminati, discussi ed approvati. Usare un linguaggio duro, frastornante, tendenzioso, sopra le righe, che mantiene una tensione costante nel Paese, costituisce un handicap invali cale per ogni intenzione.
Il punto e’, dunque, mettersi d’accordo con se stessi, stabilendo delle priorita’: se si ritiene che prendere a pesci in faccia il dissenso – parlamentare, politico, sociale, religioso, lieve o forte che sua – costituisca un buon viatico, si e’ destinati a rimanere al palo. E questo lo sanno anche i capintesta del centrodestra. L’intelligenza del governo sta nel trovare il punto di convergenza di volta in volta all’interno di una strategia parlamentare che non tagli i ponti al dialogo con l’opposizione. L’alibi che l’opposizione sia tutta brutta e cattiva non regge. Non c’e’ opposizione che “regali” alcunche’ in alcuna parte del mondo. Toni, linguaggio, comportamenti – almeno questi – devono tenere conto delle sensibilita’ del dissenso.
E invece accade che gli insulti, i toni duri e definitivi, le accuse piu’ aspre, le tensioni provengano dalla maggioranza di centrodestra, piu’ interessata a ricucire (sulla carta), che a guerreggiare perche’ in zona di guerra ci sono vinci e vincitori, ma tutti ci rimettono qualcosa.
E’ un ragionamento ingenuo?
Probabilmente perche’ ci chi crede, e non a torto, che il governo prenda le sue decisioni dopo avere consultato sondaggi e focus group, preoccupato unicamente di non perdere consenso. Una scelta esiziale, perche’ i governi non si giudicano giorno dopo giorno, ma nel momento di bilancio, e non c’e’ decisione di un amministratore o di un governante che non comporti anche il dissenso di chi non ne trae vantaggio. Ma il bene comune, gli interessi collettivi richiedono soluzioni coraggiose e, spesso impopolari.
Certo, se il governo continua a girare attorno ai temi che stanno piu’ a cuore al Presidente del Consiglio – al di la’ del merito – e fanno di alcuni provvedimenti in materia di giustizia il cardine dell’azione politica, e’ fatale che le grandi strategie, enunciate e non attuate, segnino il passo.
Mentre si sfoglia la margherita delle elezioni si’ o no, squaglia la cera e ci troveremo davanti al nuovo contratto con gli italiani, magari su Porta a porta (riaperto dopo le ferie), alla vigilia di una nuova campagna elettorale segnata dagli scossoni che il “bravissimo” Berlusconi sapra’ creare per convogliare consenso.

Il fatto che l’impero economico del Premier vada a gonfie vele mentre il Paese arranca, non ci indispettisce piu’ di tanto, ne’ deve incarognire alcuno: e’ questa “la zita”, come dicano in Sicilia, chi la vuole se la marita. Ma, come si auspicava al tempo delle tangenti urbi et orbi, almeno facciano le strade…