Nino Lo Presti, deputato nazionale, finiano doc e siciliano, ha detto la cosa giusto:”Se torniamo nel Pdl, potremmo avere la stessa agibilità politica che abbiamo oggi, standone fuori?”. Più che una domanda, quella di Lo Presti è una risposta, quella che i finiani siciliani si sono dati da tempo e che hanno capito ormai tutti: non si torna indietro, si resta ognuno per casa propria, semmai si fa di tutto per mantenere l’alleanza di centrodestra in vita, concedendo al governo i voti che gli servono nelle proposte condivisibili. Non è molto ma, con l’aria che tira, non è nemmeno poco se Berlusconi e Bossi hanno davvero intenzione di portare a termine la legislatura, giudicando meno dannoso il patteggiamento con Fini.
Lo Presti fa parte della nidiata siciliana che sta dando i dolori più forti al Premier. Esprime pensieri e proposte che potrebbero stare in bocca a Briguglio, Granata e Scalia, con i quali ha formato il “poker d’assi” dall’area del Fli, e non solo in Sicilia.
A Reggio Calabria, dove i finiani sono calati in massa, per esprimere solidarietà a Di Landro, il magistrato bersaglio della ‘ndrangheta, Lo Presti non si è nascosto dietro il dito: faremo il partito, avverte, anzi l’abbiamo già fatto, ed occorre che ne prendano atto. Chi? I berlusconiani, naturalmente, a cominciare da Verdini, che ha annunciato l’automatica uscita dal Pdl di coloro che danno vita a gruppi parlamentari.
Mentre Giulia Bongiorno, diventata la consigliera giuridica di Fini, torna a vedere l’onorevole avvocato del Premier, Ghedini ( (Perché non Alfano?), i parlamentari finiani organizzano un tour de force nelle Procure italiane per raccogliere informazioni e sollecitazioni sull’impatto che il cosiddetto “processo breve” potrebbe avere sulla giustizia. Le posizioni, com’è noto, sono le seguenti: da una parte i berlusconiani puntano sul processo breve che, così com’è, toglie dai guai il Presidente del Consiglio che deve essere processato da tre tribunali, e s’affannano a spiegare che conviene agli italiani tutti, non solo a Berlusconi, che la giustizia sia più spedita; dall’altra i contrari, gli scettici e i sospettosi, che affermano esattamente il contrario: il disegno di legge devasta i processi in corso, non permette di punire i colpevoli e finisce, invece con il punire coloro che chiedono giustizia e non l’ottengono: così invece che una giustizia in ritardo, non avranno giustizia. Le urgenze del governo, che concede priorità al processo breve, osservano gli oppositori, sono dettate unicamente dai problemi personali del Premier che non vuole farsi processare, teme la condanna e l’interdizione dai pubblici uffici.
I finiani hanno sempre ritenuto che berlusconi sia stato guardato con grande attenzione dalle toghe, ma credono anche che non si possa devastare la giustizia per togliere dai guai il Presidente del Consiglio. Perciò vogliono vederci chiaro.
Democratici, dipietristi ed altri, li attendono all’opera, supponendo che finiscano con lo scambiarsi vantaggi sull’altare della pacificazione. Ma così non pare proprio, perché la stessa iniziativa di consultare le Procure è un treno senza ritorno. Se l’Associazione dei magistrati ha detto la sua, schierandosi nettamente contro la proposta di legge governativa, è davvero assai improbabile che le Procure comunichino una posizione diversa. I numeri che hanno suggerito all’Anm di esprimere il dissenso provengono, infatti, dalle Procure.
L’iniziativa finiana, dunque, ha un forte carattere mediatico ed è, essa stessa, una scelta di campo ben netta.
In testa a questo dissenso, ancora una volta, proprio sulla questione giustizia, ci sono i siciliani, e più d’uno s’interroga su questa avanguardia isolana. Le motivazioni, tuttavia, non sono affatto un mistero: in Sicilia la legalità non è solo una battaglia di principio ma una condizione di agibilità. Le sensibilità siciliane sulla questione sono sviluppate sia quando si sta dalla parte della giustizia, sia che ci si schieri dall’altra parte.
Fabio Granata è stato tranchant a Reggio: “E’ scandalosa la sottovalutazione dell’attentato al Procuratore Di Landro”. Con chi ce l’aveva?
L’apertura di un’inchiesta giudiziaria nei confronti di un sottosegretario ha spinto il Presidente del Consiglio a commentare che ci si dovrebbe vergognare a sospettare dell’indagato. L’attentato, fortunatamente senza vittime, in Calabria, non ha provocato altrettanta sensibilità.
La distanza fra i siciliani e il Pdl, paradossalmente, appare ancora più lunga di quella fra Berlusconi e Fini. Ed è quanto dire.
Lo Presti, Granata, Briguglio, Scalia, Bongiorno. Non solo pretoriani di Fini. Si “sentono” partito. Ecco le ragioni
31 agosto 2010 - 18:54
Salvatore Parlagreco
