Salvatore Parlagreco

Fratello di Carlo De Benedetti, nonostante la separazione del cognome, Franco Debenedetti è uno dei più brillanti economisti italiani. Editorialista di talento, è stato senatore della Repubblica per tre legislature nelle file dei gruppi parlamentari postcomunisti (Pds, Ds), ed è componente del consiglio di amministrazione di società, enti e fondazioni. Insomma, si tratta di un personaggio di primo piano. Perché ci occupiamo di lui? Presto detto. Ha scritto qualche giorno fa una lettera a Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, e Ferrara l’ha ospitata in prima pagina, noblesse oblige, dando la sensazione – non ci chiedete perché – che in qualche modo ne condividesse il contenuto.
La lettera-editoriale di Franco Debenedetti mette in campo una questione seria, della quale tanti parlano da parecchi giorni sottovoce, la durata della legislatura in corso e le intenzioni di Silvio Berlusconi.
L’autore della lettera consiglia caldamente al premier di rompere gli indugi e di mandare al voto gli italiani, con argomenti che – a suo avviso – dovrebbero essere presi in considerazione dall’interessato.  Il tono della lettera, anche questo è abbastanza curioso, è di chi consiglia un amico in difficoltà, cioè Silvio Berlusconi alle prese con i problemi del governo e del suo partito, il Pdl.
Debenedetti sostiene che nei tre anni successivi alle regionali difficilmente, con l’aria che gira, il premier potrà  prendere un ragno dal buco. Il bilancio sarà gramo ed impresentabile. Per quale ragione? Le incredibili figuracce raccolte dal Pdl negli ultimi giorni, anzitutto. Ma non solo: “La lotta per la successione dilagherà senza pudori”.
“E’ evidente che dietro le figuracce e la plastica c’è un problema politico, sostiene Debenedetti, “Berlusconi cade in errore se pensa di riuscire, in quei tre anni, a fare le riforme che diano un senso a 20 anni in cui è stato al centro della vita politica italiana.
“L’eccezionalità del rischio”, continua Debenedetti,  “richiede una iniziativa eccezionale: anticipare le elezioni politiche, giocare d’anticipo, dettare ancora una volta l’agenda”.
E ancora: “Se si vota presto, la campagna elettorale si farà in salita, trascinando candidati ed elettori verso una nuova prospettiva: il suo terreno preferito. Nel 2013 invece sarebbe la chiusura di un ciclo e il relativo bilancio da trarne. Un bilancio non positivo”.
E qui l’autore della lettera dà il meglio di sé: “Disattesa la promessa della riforma liberale che superasse il compromesso storico cattolico-comunista-azionista del 1948; bocciata dal referendum la riforma costituzionale che rafforzava i poteri del premier; non mantenuta la promessa di ridurre le tasse; neppure iniziato il riequilibrio del rapporto dell’ordine giudiziario con il potere politico; l’occupazione dell’economia da parte dello stato cresciuta per non averne contrastato la fisiologica tendenza, ma soprattutto tornata arrogante di una nuova legittimazione”.
Non è finita: “Quanto a innovazioni si deve riandare all’introduzione della televisione privata in Italia; e quanto a riforme, quel poco che è stato fatto è un by product delle leggi ad personam”.