Vale, amico Gianfranco,
ho l’animo in tumulto, esacerbato e confuso. Il processo a Verre, corrotto oltremisura, mi ha lasciato una naturale avversione verso Cesare e rafforzato la convinzione che punendo Verre, non abbiamo punito coloro che hanno depredato la Sicilia, rubandogli ciò che aveva. Che il consolato di Verre sia stato attribuito a mio fratello Marco, aumenta il mio turbamento. Ed è per questa ragione, su ogni altra, che scrivo a colui il quale andrà ad assumere il potere che è di Marco e prima di lui, Verre.
Ricevere questa mia lettera ti procurerà giustificata sorpresa, mai prima d’ora una lettera impiegò 2075 anni prima di giungere a destinazione, ma devi considerare, per fartene una ragione, che essa fu inviata come posta ordinaria.
Coltivo l’auspicio, per quanto arduo, che il lungo tempo trascorso abbia rimediato ai danni di Verre e che la provincia di Sicilia non sia il granaio di Roma ma terra ricca e ben governata.
Benché tu possieda tutto ciò che gli uomini possono ottenere con l’ingegno, l’esperienza e l’applicazione, tuttavia ho ritenuto conforme all’affetto che mi lega alla Sicilia scriverti quello che giorno e notte mi veniva in mente, riflettendo sulla tua candidatura, non perché tu ne tragga qualcosa di nuovo da aggiungere a quello che sai, ma per comporre in una visione d’insieme razionale e ordinata quelle idee che apparivano isolate e indefinite.
Abbi cura che tutte le risorse della tua arte, delle quali, lo so, hai fatto tesoro, siano sempre pronte ed a portata di mano. Hai rivali scomodi in quanto nessuno di loro fu perseguito da censori, ma per tua fortuna affatto solerti, essendo il loro maggior pregio il favore di senatori a Roma.
Caio Gotta, un maestro di intrigo, soleva raccontare di promettere a tutti i suoi servigi se non erano contrari ai suoi doveri, ma che li accordava a coloro presso i quali riteneva di fare l’investimento migliore. Il fato viene in aiuto di chi promette, ricordalo, e basta che una sola promessa venga mantenuta che si guadagni la fiducia di tanti. Se invece si dice no, ci si procura molti nemici e sùbito.
Hai seminato zizzania a sufficienza in campo avverso, e nel tuo campo, senza perdere alleati preziosi; devi ora porre la massima cura perché si nutrano fondate speranze nella tua politica e si abbia una buona opinione di te. Se credi che siano state, le speranze, a sufficienza nutrite, sei in errore. La solerzia, comunque, non ti induca a occuparti di Roma o del governo della provincia. Devi intervenire poco e niente negli affari dello Stato, e usare moderazione in modo che i tuoi protettori ritengano che sarai un zelante sostenitore dei loro interessi nella provincia.
Poiché il maggior difetto di Palermo, da quando la corruzione vi si è insinuata, è che si suole dimenticare le virtù e la dignità, cerca di renderti conto che tu puoi fare sorgere nei tuoi avversari il grandissimo timore di un processo e dei suoi rischi. Fa in modo che sappiano che li sorvegli, che li osservi. Non voglio che ti presenti ai loro occhi come se stessi preparando l’accusa, ma in modo che, servendoti della loro paura, tu possa raggiungere più facilmente quello che ti proponi.
Più che diffondere la tua reputazione, devi correggerla. Ma più duro da ottenere è il favore popolare, la fama presso il popolo, non la devozione degli amici. Invece che promesse agli amici, commettesti l’errore di promettere rivoluzioni al popolo e nuovi partiti. Bisogna che tutti sappiano che fosti impedito a mantenere le promesse, che la tua volontà è incrollabile; così facendo, molti saranno attirati dalla speranza di un tuo aiuto. Abbandona però la rivoluzione del popolo, anche se è contrario al tuo carattere, e prometti di cambiare la vita di chi ti chiede aiuto, che è conforme ai tuoi precetti. Sappi che la rivoluzione regalata ad uno solo vale quanto quella promessa al popolo tutto.
Ho avuto contezza del favore che ottieni da Cesare: ad alcuno, se non a te, avrebbe permesso la ribellione. Sei ribelle e fedele alleato, l’uno e l’altro inconciliabili ma agli occhi di Cesare accettabili entrambi. Conosco le ragioni di tanta indulgenza – le scoprirai indagando su Verre – esse sono tali e tante da gonfiare il tuo petto, ne hai ben donde. Conosco anche il potere che esercita su Cesare il tuo antico mentore e sostenitore: egli possiede il cuore e la ragione di Cesare. Questa condizione è più propizia degli auspici offerti a piene mani da aùguri avvezzi all’imbroglio e alla vanità.
Sai bene che chi entra in Senato console, esce senatore.
Ti avrei suggerito, invero, di pazientare nel rendere pubblica la tua devozione verso la Sicilia regalando la tua candidatura al consolatoi, ma non ti faccio alcun rimprovero di ciò. Il console di Sicilia ha voluto che, di fatto, così avvenisse.
Fosti generoso nel manifestare pubblicamente con tanto anticipo la tua volontà di metterti al servizio della tua terra, auspico che tanta generosità sia ripagata dalla forza d’animo e che questa ti aiuti a sostenere la fatica della campagna elettorale e a sventare trappole e agguati.
Dovrai manifestare altrettanta generosità nei banchetti che tu stesso o i tuoi amici dovete offrire sia a gente presa a caso sia per le tribù. Fa che tutti conoscano la tua generosità e la tua casa sia aperta giorno e notte; fa che la campagna elettorale si svolga tra cortei di gente, sia brillante, splendida, popolare, che abbia una forma esteriore e una dignità esemplari.
Abbi cura anche di seminare e fare germogliare nei confronti dei tuoi concorrenti un sospetto di stupidità in accordo con la condotta politica fin qui manifestata, ma non spargere sospetti per crimini, lussuria e sperperi, essendo le turpitudini avversate pubblicamente dal popolo, ma amate e invidiate in privato.
Ti starò accanto e non ti farò mancare i miei consigli, sempre che tu li gradisca e ne tragga giovamento.
Quinto Cicerone
