A Quinto Tullio Cicerone,
Senato della Repubblica, Roma
Vale Maestro,
mai avrei pensato di ricevere una lettera da colui che mi istruì e segnalò l’approdo ai miei studi inquieti come un faro in un tratto di mare periglioso. Ricevere i tuoi consigli, Maestro, mi procurò gioia immensa; gli inviti alla morigeratezza e alla conoscenza, i consigli e gli avvertimenti contenuti nella tua lettera, sono un dono incommensurabile. Nessuna delle virtù che auspichi si guadagnano senza un aio solerte e generoso.
Auspico che tu possa leggere queste mie povere parole in risposta alla tua lettera, confido nella tua infinita saggezza e nella benevolenza del dio Mercurio.
Mi rimproveri a ragione la urgenza con la quale ho riferito al popolo la volontà di candidarmi al consolato in Sicilia: troppo in fretta, e potrebbe essere scelta esiziale; una buona ragione m’indusse a palesare l’ambizione, il fatto che essa fosse a tutti nota e che ogni mio gesto, azione, parola fossero di conseguenza sospettati di preparare la candidatura.
Tuttavia, mio buon Maestro, c’è dell’altro, e non mi sottraggo dal riferirlo. E’ la mia debolezza a consigliare l’urgenza, rivelarla nuocerà alla considerazione di cui mi degni, ma preferisco correre il pericolo che nasconderti il mio animo: godo di essere l’uomo del giorno ogni giorno, e questo mi costringe a trovare la maniera di esserlo sempre – ieri, oggi, domani – ed e’ una grande fatica, Maestro.
Comunicare al popolo la volontà di concorrere al consolato è anche uno stratagemma per attenuare le mie fatiche, esso mi regala l’ebbrezza della notorietà, mi assicura la sua permanenza per un lungo tempo. Ti prego, non rubricare questa debolezza come vanità, me ne dorrei immensamente. Mi piace che parlino di me, bene o male, ma questo non mi fa sentire il migliore, solo il depositario della fama. Conosco i miei limiti anche se non li ho mai visti o toccati con mano.
Per il desiderio della fama ho annunciato un nuovo partito o la decisione di volere cancellare Verre al tempo di Verre (uso i nomi di ieri a te familiari perchè tu possa meglio comprendere le mie cure per il presente). Non ho pace, Maestro, da quando, la mia famiglia mi affidò nelle mani di Cesare e della famiglia Giulia.
Anche nelle ore più penose il mio tutore conservò per me amore e generosità. Avrei dovuto ricambiare affetto con affetto, ma la mia natura mutevole non l’ha consentito o l’ha permesso solo in parte. Ho cercato l’assoluzione a questa colpa inconfessabile macchiandomi di colpe confessabili per potere chiedere il perdono. Ma questo intrigo dell’anima mi ha lasciato in mezzo al guado: mi sono ribellato senza ribellarmi, sono sceso in guerra senza impugnare le armi, ho sfoderato la lama senza duellare, ho annunciato la rivoluzione senza farla, ho stretto amicizie senza volere amici, e combattuto nemici che non conoscevo.
Ho amato Cesare, odiandolo, e l’ho odiato, amandolo, come ogni figlio ama e odia il padre. La mia natura mi ha fatto credere di avversarlo, e a causa di ciò ho perso la sua fiducia per un tratto della mia vita; Bruto, Cassio e gli altri sono passati davanti a me ed hanno conquistato il suo cuore, la Sicilia e Roma.
Indicibile il dolore che il venire meno dell’affetto di Cesare mi ha procurato. Sopportai lancinanti ferite, Maestro, nel vedere che uomini da me allevati o senza alcun merito né virtù fossero nelle grazie di Cesare. Mi fu di consolazione il sapere che avrei vendicato l’umiliazione.
Non mi restò che combattere Bruto e Cassio nella terra che subì l’oltraggio di Verre. Salvare Cesare da Bruto e Cassio mi obbligò ad avversare Cesare ancora più alacremente, allantonandomi da lui.
Ma gli dei mi hanno risparmiato; se non ho bevuto la cicuta che punisce il traditore, lo devo agli dei, che mi concessero la tutela di Marcello, che ha grande influenza su Cesare. Spero che tu goda della sua amicizia e della sua considerazione, ché Marcello è uomo d’onore. Sono stato rincuorato da lui nelle ore buie e ho fruito dei suoi buoni uffici: Cesare ha avuto notizia delle mie intenzioni grazie a Marcello, il quale ha condiviso sempre le mie scelte, né avrebbe potuto essere diversamente avendole assunte con il suo consiglio e, qualche volta, con il suo permesso.
Quando i miei nemici si proclamarono seguaci di Cesare fui tentato di raccontare al popolo la verità, che ero io, il ribelle, il vero seguace di Cesare, ma tenni per me la gioia intima di questa condizione per non arrecare danno a Cesare. Cassio e Bruto hanno in maggior cura Roma che Cesare.
Nel mio tempo, Maestro, il calendario non prevede le Idi di Marzo, ma per il resto non è cambiato niente. Dubito di salvare Cesare ma non dubito che Cesare salvi me. Ed è questo ciò che serve. Non ti adontare, fosti tu a raccomandarmi nella tua lettera di privilegiare il successo della mia candidatura su ogni altra incombenza.
Leggo e rileggo ciò che mi hai scritto, è un ristoro per la mia anima affaticata. Domani vedrò i miei seguaci nella villa a mare di Cefalù.
Sarà mia cura informarti sugli eventi. Ti chiedo di fare altrettanto perché sarebbe di grande utilità avere notizia delle intenzioni di Cesare al riguardo della campagna di Sicilia.
Il console di Sicilia è inquieto, inafferrabile. Il suo esercito s’ingrossa e accetta alleati e nuovi amici. Non so per quanto tempo riuscirò a vigilare su di lui e salvaguardare le truppe di Cesare che qui passano per ribelli.
Vale, Maestro
Tuo Gianfranco
