In questo contesto l’Assemblea regionale siciliana navigava, come di consueto, in acque placide. E siccome c’era bisogno di fare spazio e rimettere a posto la nomenclatura, dotare il vertice delle pedine mancanti, gli amministratori del Palazzo – che si chiamano messi insieme ufficio di Presidenza – decisero di dimettere due quadri dirigenti di primo piano, il vice segretario generale vicario ed uno dei direttori.
La decisione fu oggetto di riflessioni, una analisi puntuale dei pro e i contro, senza che la burocrazia avesse il minimo sentore di ciò che stava accadendo, la qualcosa non deve essere giudicata malamente, facendola entrare nel solito calderone dell’assenza di trasparenza del Palazzo, ma va apprezzata per lo spirito di servizio di quanti, pur sapendo, se la intabaccarono, come si dice fra amici al bar, per un buon motivo, evitare che nel dibattito in corso, seppure informale, instaurato correttamente dal Presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, non intervenissero elementi esterni. Nelle istituzioni, com’è noto, modificare una virgola, provoca spinte lobbistiche e pressioni inaudite. Per giunta correva la voce, sicuramente destituita di fondamento, che uno dei dimissionati andasse in barca con il Presidente del Senato, Renato Schifani, circostanza questa che avrebbe messo in imbarazzo proprio Cascio, che sta a Schifani come Miccichè sta a Berlusconi (l’equazione non è esaustiva, ma l’ambiguità è voluta).
Il vice segretario generale dimissionato stazionava nei pressi del consiglio di presidenza mentre il consiglio, riunito al gran completo, discettava sull’opportunità e sui costi dell’operazione. Stare nei paraggi non significa origliare, ma rimanere seduti in poltrona a pochi metri, che è come stare in Alaska o in Sud Africa quando accanto alle poltrone ci sono uomini di panza, che non rivelano niente a nessuno nemmeno sotto tortura (per spirito di servizio, naturalmente).
Allora, dove siamo arrivati?
Il vice segretario generale con le carte a posto sulle questioni da trattare, meno la sua, aspettava di essere introdotto invano (secondo una versione aggiornata era dentro e fu pregato di uscire). Trascorso un lasso di tempo piuttosto lungo, lasciò la poltrona e si recò nel suo ufficio, quindi si accomiatò dal Palazzo. Sarebbe venuto a sapere di essere dimissionato a casa propria.
Perché tanta riservatezza? Ve l’abbiamo spiegato. Dobbiamo aggiungere che c’era in ballo il risparmio, annunciato più volte da Presidente Cascio. Mandando a casa anzitempo, l’Assemblea avrebbe risparmiato un bel poco di quattrini. Il fatto che sia andata diversamente e che l’Assemblea è l’unico Palazzo della politica che fa lievitare le spese invece che stringere la cinghia, non ha nulla a che vedere con l’episodio, perché quel che conta è la buona fede. Lo fecero per risparmiare, ingiusto accusarli del contrario (anche per via che della Grecia non si sapeva niente e che Berlusconi predicava ottimismo).
La manovra finanziaria preparata da Giulio Tremonti si muove in senso inverso di marcia, è vero, ma anche qui bisogna stare attenti: né il Presidente Cascio né i componenti del consiglio avevano la sfera di cristallo. Una delle norme prevede addirittura l’allungamento della permanenza dei dirigenti, oltre che una sforbiciata agli stipendi (nientemeno). Imprevedibile. E poi, come si dice, chi è senza peccato scagli la prima pietra. L’intenzione era di aggiustare il team di comando, senza guardare in faccia nessuno. E due stipendi in meno? Sì, ma non si era sufficientemente riflettuto sul fatto che i dimissionati avrebbero continuato a percepire gli stessi emolumenti in trattamento di quiescenza e che il fondo da cui sarebbero state prelevate le risorse era il fondo dei dipendenti dell’Assemblea. La previdenza della gente comune non c’entra in questa storia. Quindi è una specie di partita di giro. Con una particolarità, che il fondo di previdenza dell’Assemblea non viene tenuto in vita dai contributi del personale, solo in piccola parte ciò avviene, ma dagli stanziamenti della Regione.
Ma non si può avere tutto dalla vita.
I dimissionati hanno tentato di darsi ragione, ma non ne hanno finora avuta, perché le carte del Parlamento regionale sono sempre a posto. Ancora oggi, a quanto pare, si chiedono com’è che nessuno li abbia avvertiti del dimissionamento. Un rammarico, nulla di più, perché credevano di avere tanti amici nel Palazzo. Se avessero potuto scegliere, supponiamo, avrebbero fato ricorso sui sentimenti offesi piuttosto che sul dimissionamento a lupara. Avrebbero perso anche in quel caso, il Palazzo è come il tricolore per chi ci sta dentro. Bisogna amarlo comunque. Per via del 27, che da quelle parti è un numero magico e non ha niente a che fare con la cabala.
