Le immagini fecero il giro del mondo: il colonnello Muhammar Gheddafi e il capo dell’esecutivo s’intrattenevano nella tenda berbera in cordiale colloquio a Tripoli: la sfrontata disinvoltura del leader libico, più che mai padrone di casa, e il sorriso sornione e compiaciuto di Rino Nicolosi superarono i confini nazionali, provocando le reazioni del Ministero degli Esteri, battute salaci e riprovazioni.
Siamo negli anni ottanta: la Padania non era ancora nata, Silvio Berlusconi rastrellava risorse per scalare il successo; c’era il Banco di Sicilia, i cavalieri del Lavoro siciliani con le loro imprese si collocavano fra le prime dieci aziende italiane, facevano business in Libia e non odoravano ancora di mafia; gli americani avevano il Colonnello nel mirino e il Colonnello guidava le rivoluzioni di mezzo mondo. Naturalmente le carrette del mare non portavano sulle nostre coste affamati e sventurati.
Nella piccola Sicilia l’audacia del Presidente Nicolosi era accolta con soddisfazione dagli amici e con curiosità dagli altri, ma al di là dello Stretto l’amicizia con il Colonnello era rimproverata, guardata con sospetto, per nulla assecondata sia nel mondo politico quanto in quello economico. La Fiat, però, non si dava pensiero per la cattiva immagine che la Libia aveva nel mondo ed accettava i suoi fondi sovrani, perché ne aveva bisogno.
Altri tempi?
Il Colonnello aveva una sorta di amore dispettoso per il nostro Paese ed un occhio particolare per la Sicilia. Circolavano voci, leggende forse, di colossali investimenti libici nell’Isola, e di una intenzione, nemmeno troppo velata, del Colonnello di mettere piede in Sicilia. Si sarebbe accontentato di un pied a’ terre nella Malta di Don Mintoff, colorito primo ministro laburista del tempo.
Le cose stavano in modo che perfino una singolare coincidenza, la contemporanea presenza a Malta di Gheddafi e del presidente dell’Assemblea siciliana, Salvatore Lauricella, fosse oggetto di fantasiose ricostruzioni. Si sono incontrati? Di che cosa hanno parlato? I siciliani si sentono nazione, Stato? Il Colonnello aveva atterrato con il suo aereo proveniente dall’Austria a Malta per un malfunzionamento dell’aereo, mentre Lauricella era ospite di Don Mintoff, in visita ufficiale.
Le frequentazioni di Nicolosi furono bocciate dall’establishment politico ed economico, che si sentiva tagliato fuori dal business.
Alla luce degli eventi, la Sicilia e la Fiat sdoganarono il Colonnello. Se avessero avuto successo, probabilmente, il Colonnello – sentendosi un poco europeo, italiano e siciliano – avrebbe concesso forse minore attenzione (e risorse) a rivoluzioni e rivoluzionari: di sicuro le rivendicazioni di Gheddafi non sarebbero costate un sacco di soldi, com’è avvenuto oggi (l’intesa con Tripoli costa ben 40 miliardi ).
Sono passati 35 anni, oggi il Colonnello va e viene da Roma, predica il Corano nella Capitale e viene accolto con calore da centinaia di imprenditori, industriali e manager. Il presidente del Consiglio fa gli onori di casa e spiega a coloro che si sentono “indignati”, riprovano e dissentono, che pecunia non olet, business is business e così via.
Sono cambiate tante cose, infatti. Il Banco di Sicilia non c’è più, spazzato via dalla “rivoluzione” finanziaria cominciata negli anni novanta e conclusa nei nostri giorni, e l’Unicredit che ne aveva la piena proprietà alla fine di una lunga agonia, l’ha cancellato. In compenso ha accolto i fondi sovrani della Libia, diventata, perciò, padrona di ciò che è rimasto del Banco di Sicilia.
La politica siciliana e organi di stampa della Sicilia orientale, da sempre sensibili ai commerci e alle imprese isolane, si sentono tagliati fuori dal business libico. E sono arrabbiati. Vorrebbero che Berlusconi aprisse un varco. Un posto a tavola, insomma. Essendo il premier il solo a frequentare il Colonnello con l’aiuto di comuni amici, ed a regalargli soddisfazioni una volta impensabili, gli auspici della Sicilia orientale restano tali se non si va a Canossa, cioè a Palazzo Chigi o a Palazzo Grazioli, dove risiede Silvio Berlusconi.
Non ci sono alternative?
La Sicilia non può fare politica estera, il Premier non fa regali a nessuno. Piuttosto, è davvero indispensabile chiedere il permesso al ministro Frattini o al premier per parlare con il Colonnello? Si tratta di ridestare il vecchio amore del Rais per l’Isola. Chi oserebbe contrastarlo se avesse voglia di ospitare nella sua tenda alcuni siciliani?
È vero, i soldi vengono da Roma e li gestisce Palazzo Chiegi come e quando devono essere spesi nel “bel suol d’amore”, cioe’ Tripoli, ma il Colonnello qualche voce in capitolo ce l’ha, o no?
Naturalmente, la “conquista” del Rais alla causa siciliana è solo la metafora del nostro tempo. La Padania non gradisce le prediche coraniche di Gheddafi a Roma ma si lecca i baffi in privato per le opportunità che il Colonnello offre agli intraprendenti imprenditori del Nord Est. Milano, grazie al trasporto aereo, è più vicina di Catania (e Palermo) da Tripoli. Invece che andare a Canossa per avvicinare la Sicilia alla Libia, basterebbe farsi annunciare al Colonnello.
