Il piano rifiuti della Regione siciliana compie a Roma un altro importante passo avanti, l’indirizzo dato dal governo è stato confermato: l’Isola si servirà di impianti di compostaggio e punterà sulla raccolta differenziata, non sui quattro termovalorizzatori che avrebbero dovuto essere realizzati secondo i programmi, in stato avanzato di definizione, dal precedente esecutivo.
Protezione civile e ministero dell’Ambiente hanno esaminato le linee guida del piano siciliano ed hanno proposto lievi aggiustamenti che sono stati affidati ad una commissione di tecnici siciliani, nominata dalla Regione siciliana nei giorni scorsi.
Il servizio di raccolta dei rifiuti sarà affidato a dieci società che sostituiranno i 27 Ato rifiuti presenti in Sicilia, la cui crisi finanziaria ha determinato grossi problemi in varie aree dell’Isola. La transizione fra gli Ato rifiuti e le nuove società, tuttavia, si è rivelata difficile perché la Regione non ha trovato banche disposte ad occuparsi del recupero dei crediti degli Ato (un miliardo di euro circa) ed ha deciso di ricorrere ad una negoziazione diretta con gli istituti di credito interessati.
La mancanza di liquidità potrebbe portare alla sospensione della raccolta dell’immondizia in molti comuni, determinando gravi problemi di igiene ambientale.
La scelta di fondo compiuta dalla Regione siciliana – raccolta differenziata e impianti di compostaggio – è molto coraggiosa, ai limiti dell’audacia, perché promette una svolta organizzativa e culturale in tempi molto ravvicinati, rinunciando agli inceneritori, che avrebbero dovuto sorgere in Sicilia in numero di quattro unità.
Era stato pianificato il rilascio di immondizia superiore al “carico” siciliano, facendo carico alla Regione della loro attività a pieno ciclo. La Sicilia avrebbe dovuto pagare, insomma, vuoto per pieno nel caso di conferimenti insufficienti. Al fine di evitare questo esborso, che si aggiunge al costo degli impianti (più di quattro miliardi di euro), sarebbe stato indispensabile accogliere i rifiuti di altre regioni italiane. Un panorama affatto esaltante se si considera che nell’Isola sono state realizzate tre grandi aree petrolchimiche con centrali termoelettriche (a carbone) e si stanno mettendo in piedi due rigassificatori. Una produzione di energia che viene esportata nel resto del Paese.
La scelta ambientalista della Regione siciliana, tuttavia, non è stata valorizzata dalle aree politiche e culturali che si richiamano all’ambientalismo. La Sicilia, tanto per intenderci, sta cercando di fare ciò che Luigi De Magistris ha cominciato a fare da qualche mese a questa parte, ricevendo apprezzamenti e incoraggiamenti. Nell’Isola, invece, questa scelta è passata inosservata, e coloro che l’hanno compiuta subiscono feroci campagne di stampa. Una delegittimazione politica che vede in prima fila uno schieramento trasversale, che va dal centrodestra al centrosinistra.
La raccolta differenziata e la rinuncia ai mostri che devastano l’ambiente abbisognano, invece, di un consenso popolare e politico. Non bastano i decreti e le norme, occorre sensibilizzare i cittadini e fare loro sapere quale salto di qualità l’Isola si appresta a compiere con il piano rifiuti.
E’ chiaro come la luce del sole che i costruttori dei megaimpianti con i loro amici e soci siciliani ci siano rimasti male per la decisione del governo di “bocciare” la realizzazione degli inceneritori. E’ altrettanto chiaro che da qualche anno a questa parte si sia tentato disperatamente di tornare indietro nell’unico modo possibile, mandando a casa quelli che si sono messi di traverso, ma al punto in cui siamo, con il piano rifiuti ormai in via di approvazione a Roma, dovrebbero essersi messi il cuore in pace e sotterrare l’ascia di guerra.
Certo, restano da punire i “colpevoli”, ma non è facile. Perché accada, occorrerebbe sfasciare il piano rifiuti, dimostrandone l’impraticabilità. Ecco perché la raccolta differenziata non è soltanto una scelta ambientalista ed economica, ma politica e culturale. Ci va di mezzo il futuro dell’Isola.
