Salvatore Parlagreco

“Il governo nazionale ha compiuto l’ennesima porcata sullo scalo di Comiso”. Raffaele Lombardo ha un diavolo per capello. Ha buttato all’aria la diplomazia e dopo avere subito l’annullamento della Tirrenia, si è lasciato andare. Il governatore non è uno che le manda a dire, generalmente alza il freno a mano e non può esternare. Insomma, non ha un carattere facile, questo l’hanno capito tutti, anche Silvio Berlusconi.
Il doppio colpo sferrato da Roma ha aperto un varco (liberatorio) al bisogno di dire le cose come stanno e come la pensa. Da qui il rimprovero al governo nazionale.
Però, è bene tenerlo a mente, i personaggi come Lombardo, hanno sempre sotto controllo i freni inibitori e riescono a mantenersi nel contesto adatto. Se ha detto peste e corna sull’operato del governo, vuol dire che poteva permetterselo, rebus sic stantibus.
La decisione di Berlusconi di rinviare a settembre l’intervento sul suo partito, congelando Miccichè nel limbo, non lo avvantaggia di certo, logora il governo in carica che non è né carne né pesce e lo tiene ancora sotto la spada di Damocle del Pdl Sicilia, che pur avendo minore influenza del passato (per le disponibilità di Udc e Pd a sedere attorno al tavolo della trattativa), mantiene il cappello sulle sedie.
Il governatore ha voglia di anticipare gli eventi prefigurati nell’estate romana, dando corpo al governo di responsabilità istituzionale e trasformando quell’area dell’astensione in una scelta politica che potrebbe modificare equilibri ed assetti che sembravano consolidati, con centrodestra e centrosinistra intenti a curare le proprie ferite e le proprie contraddizioni.
Casini non vuole creare difficoltà agli “astensionisti”, ma si vede lontano un miglio che muore dalla voglia di approfittare della guerra fratricida in corso nel Pdl. L’ha aspettata l’occasione, che covava da molto tempo, ed ora intravede uno spiraglio al sogno del Grande Centro che esorcizza ogni volta che può.
Il contesto è complesso, le tattiche vogliono la loro parte, i contendenti si schierano sul campo in modo da presentarsi all’elettorato con le carte in regola, e devono consumare tutti i passaggi, primo fra gli altri quello dell’aula parlamentare con la mozione di fiducia che gli strateghi di Berlusconi stanno preparando per mettere con le spalle al muro i finiani. Il programma di quattro punti annunciato, infatti, potrebbe essere costruito in modo da farsi dire “no” (il Ministro della Giustizia, Alfano, ha anticipato che sulla giustizia non si farà alcuna marcia indietro, nemmeno una virgola).  Se il programma su cui viene chiesta la fiducia è un diktat invece che il risultato di una trattativa, l’esito del voto è scontato, così come il ritorno alle urne.
Ritorniamo in Sicilia.
Qui il problema non c’è. Fino a qualche settimana fa le chance della legislatura erano vicine allo zero, ora – dopo il pronunciamento della procura di Catania – le quotazioni del governatore sono salite vertiginosamente, perché hanno aperto il varco all’arrivo dell’Udc e del Pd, con gli evidenti contraccolpi per il Pdl Sicilia, derubricato a soggetto politico “uguale” agli altri. La tentazione di anticipare Roma, dunque, è forte. Darebbe smalto a Lombardo e al Mpa, prestigio al suo movimento e lo porrebbe come un alfiere, antesignano o qualcosa di simile, delle convergenze dei partiti di centro. Un’altra storia, insomma.
Già, il laboratorio siciliano. Gira e rigira finisce che a Palermo si arriva alle decisioni prima che altrove, nonostante la gran confusione e le incertezze perenni.
Il governo di responsabilità istituzionale avrebbe l’ok del Pd, così come potrebbe accadere a Roma con l’esecutivo di transizione, con la differenza sostanziale che in Sicilia si darebbe vita ad una svolta lungimirante – programma parlamentare e coalizione elettorale – mentre a Roma si tratterebbe di un evento contingente, seppure significativo.
Non mancano tuttavia le incognite, la prima delle quale resta l’enigmatico Gianfranco Miccichè, sospeso fra Scilla e Cariddi, dal quale potrebbe venire un colpo di coda se sarà costretto a decidere controvoglia qualcosa subito, senza aspettare i tempi di Berlusconi. Nell’Udc, invece, pare che le posizioni di Romano e Maira (rispettivamente coordinatore regionale e capogruppo dell’Udc all’Ars) con D’Alia e Mannino nelle retrovie (ma non troppo) siano condivise. Nei giorni scorsi si è insistentemente scritto e parlato dell’uscita di Totò Cuffaro dall’Udc e del suo ingresso nella Democrazia cristiana di Rotondi. Potrebbero trattarsi di chiacchiere, ma la scelta dell’Udc di stringere la mano a Lombardo è un fatto incontrovertibile: il movente per una decisione così drastica, è inequivocabile, ma da solo non basta a sospettare il “delitto”, cioè l’abbandono del partito.