Ignazio La Russa si è arruolato nella squadra dei pompieri e getta acqua sul fuoco. Che però è alimentato da materiale infiammabile, perciò pesta l’acqua nel mortaio, invece che spegnere le fiamme. Un’occupazione ormai primaria nei Palazzi romani della politica.
La sua è una metamorfosi sorprendente: sanguigno e istintivo, abilissimo intercettatore delle incursioni nemiche – interne o esterne – ha scelto l’arte della moral suasion per spegnere gli incendi che rischiarano le notti buie del patriarcato del predellino. Taglia il pelo in quattro, sembra votato ad un cerchiobottismo diligente e bonario a fin di bene.
Chi l’incontra pare che l’interroghi per convincersi di stare parlando con il La Russa vero, spigoloso e tranchant.
L’abito fa il monaco, assicurano coloro che gli stanno accanto. E Ignazio è cresciuto. Non solo nelle sfere del Pdl, ma anche “dentro”. Si è fatto adulto e si è assunto responsabilità. Si sente partecipe del destino comune.
Sono finiti, insomma, i tempi di “Fini o niente”, gli sfoghi da bar con Maurizio Gasparri, che mettevano in pericolo trenta anni di militanza. Or non è più quel tempo e quell’età. Ignazio c’è e vuole che lo si sappia. Vuole che il suo ruolo venga riconosciuto ed apprezzato. E compie così il piccolo salto verso il “fai da te” a scartamento ridotto. Un passo la volta.
In una intervista al ‘Corriere della sera’, il coordinatore del Pdl e ministro della Difesa confessa di avere un sogno, questa la metafora del suo appello al popolo del Pdl, “spegnere il fuoco amico che ha alimentato le polemiche degli ultimi mesi nel Pdl". "Dobbiamo consolidare gli equilibri ed essere piu’ coesi", spiega saggiamente. "Ci sono state incomprensioni, nel merito delle quali non voglio entrare. E per risolverle e’ indispensabile gettare acqua sul fuoco amico, e riconquistare quell’unita’ di intenti che in certi momenti e’ sembrata perduta".
Colpe, colpevoli, ragioni del dissidio? Ignazio preferisce saltare l’ostacoli e chiamare sul banco degli imputati le “corti” dei cofondatori, Fini e Berlusconi. E’ qui che si compiono i misfatti, è da qui che arrivano le folate di veleno che ammorbano l’aere limpido che altrimenti si respirerebbe sia ad Arcore quanto sul più alto soglio di Montecitorio.
Che sia convinto di ciò che dice, non dovrebbero esserci dubbi, perché La Russa fa nomi e cognomi. Dopo avere assolto i capi, punta il dito su coloro che, a suo avviso, si sono assunti la responsabilità di rendere l’atmosfera mefitica ed irrespirabile.
"Parlo di Feltri, delle fondazioni, di ambienti a noi vicini"; "non mi sono piaciuti gli articoli di Farefuturo o del Predellino o di siti web o di altri organi di stampa. A volte ci dimentichiamo che l’avversario e’ la sinistra, non e’ tra noi", sottolinea La Russa, secondo il quale dall’incontro tra Berlusconi e Fini "nessuno si aspetti una Yalta, non c’e’ da spartirsi paesi o territori. C’e’ da costruire un equilibrio costante di rispetto e lealta’ reciproca".
Infine, secondo La Russa, c’e’ "molto" spazio per le riforme condivise: "Non votino" lo scudo per il premier, "lo faremo noi a maggioranza. Ma non gridino al golpe".
Insomma, Gianfranco Fini non si lamenta affatto di non essere invitato alle cene di Arcore del sabato, insieme a Umberto Bossi e Giulio Tremonti. Avrebbe compreso che non si tratta di “discriminazione”, di una volontà pervicace di tagliarlo fuori dalle scelte che contano – come qualcuno pensa. I tre s’incontrano perché abitano nei paraggi, pochi chilometri e Umberto è ad Arcore. Giulio tiene studio a Milano.
E se da alcuni mesi il Giornale di Berlusconi tiene in prima pagina Gianfranco Fini addebitandogli anche la colpa di esistere, questo è dovuto al cattivo sangue che instillerebbe nel corpo sano del Pdl, Vittorio Feltri, direttore del quotidiano. La proprietà, insomma, non avrebbe alcun ruolo in questa disgraziata campagna di stampa contro il cofondatore.
E chi meglio di Ignazio può testimoniarlo? Lui ci ha provato a farlo ragionare, il Feltri, con una lettera, ma il risultato è stato pessimo, si è rivelato un boomerang, segno inequivocabile del fatto che Feltri ragiona di testa sua e che Silvio Berlusconi non c’entra niente con le bordate quotidiane contro il cofondatore.
Ignazio si allontana dalla realtà e la descrive come meglio gli conviene? Vuole recitare la parte dell’arbitro, del pacificatore per non dispiacere nessuno? Fa il furbo per non pagare il dazio?
Illazioni. Ignazio non recita nessuna parte, è un pacificatore vero. Se potesse, costruirebbe un predellino anche per Gianfranco Fini. Mas non può. Così è Fini, nello stesso giorno in cui fa i nomi dei colpevoli, a dire le cose come stanno: "Conclave sulla giustizia? Non ne so niente, anche stavolta sono stato tenuto all’oscuro…"
