Dopo “Yes, we can”, l’Italia s’è desta. Grazie a Silvio Berlusconi, naturalmente che, gettando il cuore oltre l’ostacolo, ha messo da parte i banali problemi della quotidianità e puntato diritto alle cose che contano: l’amore, cui ha affidato il compito, arduo, di battere l’odio e l’invidia. Il fine, naturalmente, è il Bene e il contesto, l’eterna lotta fra il Bene ed il Male.
Il Concilio Vaticano non avrebbe potuto fare di meglio. Il Papa teologo non avrebbe saputo fare di più, impegnato com’è a fare l’atteso restyling delle lettere di San Paolo.
Non c’è uomo delle istituzioni in qualunque parte del mondo ad avere fatto altrettanto, un taglio netto con il passato e le miserie dello scontro fra militanti, ideologie, pragmatismi.
Affrontare una consultazione elettorale richiamandosi all’amore è di una generosità infinita e di una audacia incommensurabile. Il nostro premier non ha mai affrontato i sentimenti a viso aperto. Ha dovuto reagire alle malelingue con il linguaggio appropriato, sventare intrusioni nella sua vita privata, denunciare malandrinate prima che venissero compiute, complotti prima che avessero successo. E ridare fiato agli amici, aggrediti dal Male, che si annida ovunque, soprattutto nelle aule dei tribunali, dove – com’è noto – i fucilatori indossano le toghe.
Il governo dei sentimenti è stato ostacolato dai bisogni del contesto faticoso e inquieto ed ha finito con l’essere sequestrato dalle emozioni. L’ispirazione è stata derubricata a semplice rabbia o gioia improvvisa senza tuttavia perdere lo spirito nativo, l’attitudine a rivolgere attenzioni al prossimo, a “pretendere” amore anche quando non si può offrirne nella quantità voluta.
La vocazione imprenditoriale ha incanalato le emozioni in una stiva appropriata, dove si sono trasformate in “regali” al prossimo.
Questo, e non altro, ha fatto sì che il messaggio politico fosse sostituito dalla trasmissione dei sentimenti. Basta un’occhiata, non ci vogliono tante parole, per comunicare gratitudine, gioia, generosità, umiltà, spirito di servizio. La rinuncia al governo del Paese pretende dei costi. Dedicare la parola alla conoscenza è spogliarsi del proprio “io”. Smascherare il dissenso, denunciando l’odio che esso nasconde, scoprire nelle intenzioni dell’avversario politico l’invidia, rivelare il bisogno di verità che sottende a azioni considerate trasgressive o illegali, non è compito meno nobile che affrontare le questioni dell’occupazione, della crisi economica, della sicurezza, dell’istruzione. La cura dei valori spetta a coloro che, come Silvio Berlusconi, hanno ingegno e cuore per caricarsi sulle spalle i fardelli dell’umanità afflitta.
La prosperità non viene certo dagli espedienti del governo delle istituzioni. Occorre mettere sotto torchio il Male, che si esprime attraverso l’odio e l’invidia, combattendolo con l’arma dell’amore.
E’ vero, l’amore non è uno solo: c’è l’amore per le donne, per gli amici, per la madre, i figli, il prossimo. C’è l’amore per il proprio lavoro, per la propria impresa. E l’amore per se stessi. Occorre calibrare, soppesare, dosare, filtrare con equilibrio, competenza, saggezza.
Non si può sacrificare lo smascheramento del nemico sull’altare dell’amore per il prossimo. Quando il giudice dà torto a chi sta nettamente dalla parte del Bene e combatte l’odio e l’invidia, la gente deve sapere. Quando un conduttore televisivo, che piglia i soldi del canone, si schiera contro l’amore e ospita l’invidia verso chi ha successo e denari, la gente deve sapere. Quando gli avversari politici, la cosiddetta opposizione, si trasformano in propagatori di odio, rosi dall’invidia, la gente deve sapere. Sono loro, infatti, ad armare la mano dei Tartaglia e di quanti minacciano, intimidiscono, cercano disperatamente di ridurre al silenzio l’amore.
Tutto il resto è niente: programmi, progetti, obiettivi.
Se un uomo o una donna pretendono un posto o la riduzione delle tasse o servizi che funzionano, vuol dire che non hanno maturato una gerarchia dei valori. Si può vivere senza lavoro, ma non si vive senza amore.
E questo il premier l’ha capito. Perciò si è rivolto agli elettori con uno slogan “rivoluzionario”: l’amore per battere l’invidia e l’odio.
Si vinca o si perda non ha importanza. In ogni caso, scegliendo di essere disarmati, si finisce dritti in paradiso.
La rivoluzione del Cav: meno tasse per tutti? No, più amore per tutti…
20 marzo 2010 - 13:06
Salvatore Parlagreco
