Salvatore Parlagreco

Dodici milioni per un software. "La Repubblica" giudica un costo record il protocollo informatizzato della Regione. E’ un software acquistato nel 2002 e deve perciò essere aggiornato. L’obsolescenza nelle innovazioni tecnologiche è rapida, un anno equivale ad un secolo. In linea puramente teorica il protocollo del 2002 è da robivecchi, non da aggiornamento. Nella realtà potrebbe servire, anche perché altrimenti si dovrebbe giustificare la spesa precedente se si vuole buttare a mare tutto.

 

L’incarico di mettere in piedi un sistema informativo per ogni settore dell’amministrazione regionale è stato affidato alla società partecipata Sicilia e-servizi, il cui pacchetto di maggioranza è pubblico, ma il managment è “privato”. E’ un’azienda privata a decidere tutto, in pratica. Non è il solo caso. Ci sono situazione nelle partecipate che gridano “vendetta” ma restano come sono da lustri. Si dovrebbe cominciare da qui, se si vuole rivoltare come un guanto la Regione. E invece no, si guarda ad altro. Chissà per quale ragione.

 
I costi dell’informatica sono uncountable, come dicono gli inglesi. Non sono facili da riconoscere, monetizzare, individuare, scoprire per due motivi: il primo è che, obiettivamente, gli esperti danno le carte ed è difficile sgamarli: il secondo è che la “duttilità” non dispiace a nessuno.

Per farvi un’idea, si deve richiamare alla mente il “movimento terra”. Sapete che cosa è, no? E’ quella parte dell’appalto praticamente incontrollabile o incontrollato, sul quale si può anche usare la mano leggera. E’ il “succo” dell’appalto. Sul resto si deve rendere conto di tutto, mattone dopo mattone, specie se ci sono “opere d’arte”, cavalcavia, ponti eccetera. Certo anche lì, sul cemento armato, si può essere parchi, ma se qualcuno ci mette il naso sono guai. Il movimento terra è un toccasana, ossigeno per l’impresa se dall’altra parte della barricata ci sono amici o, meglio ancora, amici degli amici.

Scordiamoci il movimento terra e riprendiamo la questione dei software, che sono una manna dal cielo per alcune aziende del settore, e non solo in Sicilia. Una ragione in più per aprire gli occhi.

Repubblica giudica i dodici milioni una maxispesa. Potrebbe essere davvero così, non abbiamo le competenze per sollevare dubbi né in un senso né in un altro. Facciamo un ragionamento diverso, che riguarda il settore. Ormai in Italia ci sono aree urbane e non – in Veneto, nel Lazio ecc – che sono “free”, significa che la connessione è libera, non costa niente. Si tratta di strade o autostrade informatiche che valgono quanto le strade asfaltate perché vengono considerati servizi di prima necessità. Come negli alberghi, hanno tutti la connessione, altrimenti sono penalizzati. Accade la stessa cosa nelle aree ad alto flusso turistico, come la Sicilia.

La Regione dispone di società partecipate che dovrebbero occuparsi di questo, non di altro: dotare alcune aree della Sicilia di servizi informatici d’avanguardia per aiutare il turismo, la ricerca e le imprese. Incentivi “reali” si chiamano.

Quale posto occupa in Sicilia l’informatizzazione? L’ultimo o quasi. Ritardi di decenni, nonostante le partecipate. Dal 2002 il software per il protocollo informatico è rimasto al palo. Ora alla “partecipata” vengono assegnati 27 milioni di euro provenienti da fondi europei per progetti informatici. Una cifra che si commenta da sé. C’è un progetto per la realizzazione del soft per la gestione del personale ed un altro per la formazione, e un altro ancora per i pensionati. Una parcellizzazione degli interventi che, per la entità dei costi, lascia perplessi.

Investire nelle innovazioni, nell’informatizzazione, nella banda larga è una scelta. E’ il futuro per la Sicilia. I ritardi nel settore sono enormi. Venti o trenta anni, cioè mezzo secolo, forse un secolo secondo le dinamiche dell’innovazione. Occorrerebbe fare un balzo in avanti, e invece si resta indietro, molto indietro.