Salvatore Parlagreco

Leonardo Sciascia, cui veniva chiesto un parere su tutto, amava rispondere a proposito di ciò che accadeva nella sua terra con due parole, diventate celebri: “Non si capisce”. Non è che non capisse, intendiamoci. Leonardo Sciascia se l’immaginava i retroscena, sarebbe stato capace di dare più di una spiegazione ai fatti, ne avrebbe potuto interpretare le cause, sospettare gli umori. Non gli mancavano certo le conoscenze e le capacità d’analisi. E allora perché quel “non si capisce”? Il mistero andava capovolto, raccontato all’incontrario, andava visto dalla parte di coloro che lo mettevano in scena. Non bisognava abbandonare la logica, le ragioni, il movente, ma cercarla “altrove”. Quel “non si capisce” era riferito al ragionamento consueto. Un avvertimento, un suggerimento, un lieve consiglio, fate voi. Provate a stare dalla parte di chi fa o dice qualcosa che non sembra avere alcuna logica, che – appunto – non si capisce, e vedrete che si comincia a capire.

 

Leonardo Sciascia non ha adottato un metodo di disvelamento della verità, ma era abituato a pensare come i siciliani dell’interno dell’Isola, dei paesi senza forestieri, e sui quei pensieri semplici, le conoscenza, le intuizioni e l’acuta intelligenza avevano costruito il paradigma della comprensione delle cose.
Perché Marcello Dell’Utri, al termine di un processo che si è concluso con una pesante condanna, esprime la sua gratitudine ad un mafioso che, mantenendo il suo codice dell’omertà,  ha impedito che su di lui piovessero sospetti “ingiusti”?
Perché Gianfranco Miccichè, legato da Dell’Utri da una antica amicizia, difende l’amico condannato?

 

Entrambi, Dell’Utri e Miccichè, sanno che le loro parole avranno conseguenze non positive per chi le pronuncia. Dell’Utri non può non sapere che tornare a definire “eroe” un mafioso gli causerà guai, gli metterà contro un sacco di gente, gli farà perdere solidarietà, renderà più difficile la sua militanza politica, farà arrabbiare ancora di più le toghe che ritiene causa dei suoi guai, gli vieterà di assumere ruoli politici di qualche rilievo. Una montagna di conseguenze. Eppure Dell’Utri torna ad incensare lo stalliere Vittorio Mangano, ne indica le virtù all’opinione pubblica, segnala il suo “sacrificio” sull’altare dell’amicizia.

Gianfranco Miccichè avrebbe potuto starsene zitto o usare maggiore prudenza, dichiararsi dispiaciuto per la condanna, compiaciuto per la diminuzione della pena e la caduta di accuse molte pesanti dovute alle rivelazioni di Gaspare Spatuzza sulle stragi del ‘92 e ‘93. Insomma, avrebbe potuto scegliere di non entrare nel “cono d’ombra” politico, ma non ha scelto il contrario. Sapeva bene che le sue dichiarazioni avrebbero regalato agli avversari del governo Lombardo, su un piatto d’argento, un buon motivo per esprimere dissenso.
Invece, niente.

“Non si capisce”? Oppure è questo che i due protagonisti della nostra storia  hanno consapevolmente voluto creare il contesto che abbiamo descritto. Miccichè si è fermato sulla soglia di un governo che avrebbe visto l’ingresso del Pd, ha chiesto ad alcuni leader democratici di uscire dal partito e fare ciò che aveva fatto lui, una scissione. Perché mai, se il Pd avrebbe potuto decidere di partecipare al governo senza alcun dissenso ufficiale da parte della segreteria nazionale?
È evidente che Miccichè non ha potuto varcare la soglia, giacché varcandola avrebbe dovuto fare una scissione “vera”, rompere con Silvio Berlusconi, che lo ha designato alla successione di Lombardo.

 

Quanto a Dell’Utri ed alle virtù di Mangano, le ragioni inconfessabili e quelle confessabili s’intrecciano e rimandano ai moventi multipli. Non una buona ragione ma più buone ragioni suggerirebbero al senatore di fare la parte dell’uomo vero, che non tradisce  le amicizie che contano e non viene tradito dagli amici che contano. Una lezione di stile, nient’altro che questo.